La situazione del mio genetico disordine mentale, in questo momento è letteralmente degenerata. Le disposizioni che vengono dall’alto sono confuse, l’atteggiamento assunto dalle persone pure (la seconda, ovvia conseguenza della prima). Quindi continuo a chiedermi come devo comportarmi in questa fase 2.. Che ora che pubblico sarà diventata 3. Esco non esco, mi ammalo non mi ammalo, invito non invito…. Non so se sentirmi nel giusto perché cerco di rispettare le regole della nuova vita, se sentirmi idiota perché lo faccio, o se non ho proprio capito una m***a in generale. Saccheggiando di nuovo il nostro amico Zerocalcare, è sempre tutto discrezionale e arbitrario in questo Paese, “non sai mai se quello che stai a fa’ lo potresti fare o no, così devi sta’ sempre in tensione”. E in tensione mi ritrovo a dover parlare dei monelli che pur di farsi il primo selfie del ritorno all’happy hour, si assembrano uno sopra l’altro che nemmeno le mischie del rugby. Non è che ce l’ho proprio con il popolo del mojito, per carità, in generale il mio sentimento di questa finefase2inizio3 è di totale insofferenza nei confronti della gente di ogni tipo. Può darsi che fosse un sentimento gà latente, o che sia una delle conseguenze della clausura pandemica. O più semplicemente è che sto cercando di mettere insieme qualche riga a cavallo tra la settimana della sindrome premsestruale e quella successiva e mi risulta davvero difficile avere dei pensieri positivi sull’umanità (me compresa, sia chiaro). Quindi se qualcosa offenderà qualcuno o se dovessi risultare sociopatica, non è nulla di personale o patologico, vi prego di prendervela coi miei ormoni.
Io non sopporto il popolo della movida già da un pezzo, ma non proprio tutta la categoria. Diciamo più quelli che quando brindano guardano l’obiettivo invece di guardarsi negli occhi, che si vestono tutti uguali e ripetono le stesse frasi imbruttite, e ridono con lo stesso tono e i denti che luccicano. Gli stessi che ora si salutano col gomito, come se facesse figo. Quelli che in fase uno hanno speso due tredicesime per farsi consegnare a casa l’aperitivo tutte le sere e che probabilmente lo hanno bevuto annacquato, ora che hanno finito di immortalare il momento con videochiamate a tutta la rubrica. Quelli che il Negroni non è tale se non lo bevono proprio a quel civico lì. Non so se sia questo il popolo della Movida. Non mi piace fare di tutta l’erba un fascio. Non sopporto, in generale, l’apparenza e il perbenismo. Per questo mi chiedo se quello che dice mio marito, che siamo degli animali sociali, che abbiamo bisogno della convivialità, che nessuno uomo è un’isola, sia vero o meno. C’è della sostanza negli incontri che tanto bramiamo da settimane? Se ci tieni tanto a rivedere i tuoi amici e passare una serata fuori, non ti puoi accontentare di una birreria all’aperto con uno spazio più consono al momento che stiamo vivendo? Sarà che io sono più per il “con chi” che per il “dove” e “come”. Certo, al di là delle considerazioni personali sul genere però, concordo col mio coniuge sul fatto che demonizzare questo gruppo addossando solo a loro la colpa di rischi di nuovi focolai è un poco eccessivo, se non ridicolo. Per una settimana non hanno fatto altro che passare immagini e notizie di assembramenti nei locali, di sindaci indignati, governatori minacciosi (qualcuno anche oramai poco credibile, visto gli autogol degli ultimi tempi). Personalmente mi sembra che il “gruppo anziani”, con tutto il rispetto, sia stato meno ligio al dovere rispetto ai giovanotti. Sprezzanti del pericolo, credendo forse di avere ogni diritto perché sono ad uno stadio anagrafico avanzato, molti di loro vagano con la mascherina abbassata e si parlano vicino vicino, come se giocassero al telefono senza fili. Io capisco l’acufene, capisco che a una certa età sia difficile affrontare uno stravolgimento come questo, però porca miseria, ma lo sapranno che il virus ha una predilezione per loro? E poi parliamo delle manifestazioni sparse qua e là, tipo il teatrino patetico dei panciotti arancioni, o quello dello srotolamento del tricolore (tricolore su cui qualcuno sputava, fino a qualche anno fa), in cui abbiamo visto gente poco distanziata e smascherata. Però siccome parlare di certi gruppi e affrontare certi argomenti risulta scomodo per tutti lassù, allora usano il solito trucchetto di spostare la nostra attenzione su altro (runner e aperitivisti, in questo caso). Questa volta però noi plebei siamo tutti d’accordo su una cosa e non ci fregano: siamo stati bravi, bravissimi. Abbiamo preso il virus sul serio, siamo stati tutti “tombati dentro casa” e stiamo rispettando le regole anche adesso che usciamo. E’ tutto ciò che mi viene da dire di positivo sul mondo in questo momento.
Per il resto, partendo dall’inizio, penso che i flash mob siano stati delle pagliacciate, così come gli spot strappalacrime dei supermercati e dei prodotti italiani o i mille video che giravano sulla nostra bella Italia, i nostri impareggiabili monumenti, i nostri mari cristallini. Perché questo non esisteva prima? Ho ricevuto immagini e filmati del genere da persone che fino a ieri non sarebbero mai andate(né andranno) in vacanza al di sotto della Toscana e che cantavano Va’ pensiero come inno “personale” (povero Verdi). Non credo che siamo diventati meno litigiosi e meno egoisti; non credo che siamo diventati consapevoli consumatori e meno consumisti; o che avremo più rispetto per l’ambiente (ora sui marciapiedi svolazzano guanti e mascherine, al posto di sacchetti di patatine); o che siamo diventati più sensibili a quello che succede fuori dalle mura di casa. Mi pongo molte domande sul futuro dei miei figli… Se non siamo diventati tutti uguali nemmeno davanti a una pandemia che ha fermato il mondo, che speranze ci sono per il fantomatico “domani”? Mollo un attimo… Gli ormoni stanno avendo il sopravvento… Meglio rimandare la conclusione…
Stasera Matteo fa tardi, lo sto aspettando in compagnia di uno Chardonnay, fruttato al punto giusto da addolcirmi un po’… E poi il destino, sotto forma di musica random, mi ha regalato questa canzone che mi sta facendo pensare che forse vale la pena crederci. O forse, semplicemente, è arrivata la fine del ciclo.
(“…believe, believe in me… Believe that life can change, that you’re not stuck in vain, we’re not the same, we’re different, tonight…”)
