A papà

Non riesco a scriverlo questo pezzo, c***o. Per me l’ironia è alla base di tutto, soprattutto di questo blog. Ma l’Inter è una cosa su cui non riesco proprio a scherzare. Potrei buttare giù qualche riga romantica per dichiarare ancora una volta il mio amore alla Beneamata, o riempire pagine di turpiloquio in un attimo, ma non ci posso scherzare su. Che c***o ci posso fare? Sono cresciuta così.

Se il papà di Lady Oscar aveva messo un fioretto nella culla, per mettere le cose in chiaro fin da subito, così mio padre ci mise la bandiera dell’INTER e la mia carriera da tifosa iniziò quando ancora non masticavo. Ammetto che ho cominciato tardi a vedere le partite allo stadio. La prima volta fu per il mio quinto compleanno, il 29 agosto 1982, a Bergamo perché San Siro era inagibile. Me lo ricordo come se fosse ieri. INTER BARI di Coppa Italia. Uscii da quello stadio in lacrime perché sostituirono Beccalossi (perso, tra l’altro). Ecco. Io non ho ancora superato quella fase (cit.), non la supererò mai; non verrà mail il giorno in cui il risultato di una partita mi lascerà indifferente e, ahimè, spesso in lacrime. Aaaah però…però… sono stata ampiamente ripagata dalla Beneamata: il legame speciale col mio papà, i momenti più divertenti della mia vita, le grandi amicizie, mio marito e tutto ciò che ne è venuto fuori dopo. E, ovviamente, la INA (lei sa). Ho anche provato l’ebrezza di assistere a un infarto in diretta, quello di mio papà a San Siro durante un derby. Eravamo in mezzo ai rossoneri che giocavano in casa. Amici di famiglia dell’altra sponda ci diedero i loro abbonamenti. Maledetti. Lo avevate fatto apposta. Dopo 5 minuti gol di Branca e poi la solita ansia fino alla fine. Fischio finale, vittoria, abbraccio infinito a papy e poi siamo finiti al San Carlo in cardiologia. Ringrazio ancora papà per avere aspettato il novantesimo prima di stare male.

Potrei andare avanti ore a spiegare le motivazioni per cui l’Inter decide l’umore di tutti i miei lunedì, ma tanto chi è tifoso sa e chi non lo è, non lo capirà mai. E non la smetterà mai di rompere le p***e con quelle c***o di frasi tipo “è solo un gioco” o “non riesco proprio a capire”.

Ecco, qui mi casca l’asino. Mio marito senz’altro fa parte del primo gruppo (tifoso)… e allora mi chiedo: ma come c****o fai a dirmi di stare calma quando guardo le partite e soprattutto QUELLE partite? E si che ha visto la pulza (mio vecchio nickname) in azione per anni su quei gradini. Dunque, mettiamo per iscritto e davanti a qualche testimone, cose che pare debba ribadirti ancora.

Porcozzzzio, come puoi dirmi di “evitare il turpiloquio davanti ai ragazzi”? I miei ragazzi non dicono mezza parolaccia, mi sono esercitata duramente durante la prima gravidanza. Ho imparato a dire “porca sidella” e “santa polenta” e, Gggesù, lo dico tuttora! Ma non quando gioca l’Inter. Non vado nemmeno più allo stadio. Lasciami prendere a pugni il divano, ti prego. Magari funziona anche come woodoo e a quel pelato del c***o di Poltrone e Sofà si rompe il naso mentre gira lo spot. Smettila di chiedermi “Posso vedere i gol?”; lo sai che i programmi di calcio si possono vedere solo se noi vinciamo e “gli altri” no; ma min***a, guardateli sul telefono e benedetta tecnologia! NON-MI-PARLARE quando perdiamo le sfide delicate. Io prometto di stare zitta le prime due ore del mattino. Non puoi far tardi in ufficio la sera in cui c’è una partita, perché poi finisce che al fischio d’inizio voi siete sul divano e io sto finendo di pulire la cucina e sai quanto questo mi fa in*****re. Non sono pessimista, sono solo scaramantica. Quando finisce la giornata di campionato, chiamo mio papà per fare il punto, punto. Non hanno ritardato il mio taglio cesareo perché ho chiesto di finire di leggere la Gazzetta e comunque anche sei fosse? Scusa se avevamo vinto lo scudetto il giorno prima. Non smetterò mai di fare smorfie e boccacce ai bambini che incrocio con la maglia della Juve, è inutile che mi dici “pensa se fosse tuo figlio”; no, non ci penso, perché mio figlio non è gobbo. Ah, già che ci siamo, ti confesso questa cosa: ho detto ai bambini che ai gobbi si può dire tutto (guardali lì, me li vedo i lettori bianconeri che fanno le smorfie e dicono –ah bella educazione!- Fatevi i c***i vostri, voi parlate oh). Quindi, mio amor, se dovessi sentire qualche parolaccia in quel frangente, prenditela pure con me!

Mi sto agitando troppo, lo sapevo; meglio che alleghi la dedica alla mia amata Inter e chiuda qui. A costo di cadere nel banale, avevo pensato a “You’ll never walk alone”, ma ho cambiato idea, quella è la canzone di un’altra squadra e Lei si merita una cosa tutta mia, nostra; quindi, scomodo la Janis e un pezzo del suo cuore “Didn’t I give you nearly everything that a woman possibly can?… Break another little bit of my heart now baby…” (papà, non prenderla alla lettera).

Ps: mio figlio si chiama MARCO per MATERAZZI. Si. E state tutti zitti brutti st****i, che vi ha fatto vincere un mondiale. Su*a.

Bene. Ora posso tornare in me. Anche perché il calcio è fermo.

Una risposta a “A papà”

  1. È scritto che qualcuno si riposò il settimo giorno.
    Mio padre.. quello dell’infarto.. Per fortuna si riposò con la seconda figlia (io). E per fortuna nella mia culla non mise nessuna bandiera…
    Lov iu

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