Mi sono chiesta se non fosse sfacciato nei confronti di chi ha sofferto, e tuttora soffre, ironizzare in un momento come questo e raccontare quanto il lockdown sia stato per noi un momento di vita familiare quasi idilliaco. No… “Onorare la vita” trasformando un problema in un’opportunità, senza lamentarsi, senza mai dimenticare il dolore di migliaia di persone, godendo di tutto ciò che di positivo questo triste momento ha voluto donarci, non è irrispettoso, semmai lo è recitare “L’eterno riposo” in tv prendendo in giro i morti, i vivi e i santi; o chiedere di riaprire tutto, ancora in piena emergenza, in nome dei defunti bergamaschi; o pavoneggiarsi tutti assembrati, per aver aperto una specie di ospedale con una manciata di letti, che già sta per chiudere. Ok, senso di colpa cancellato. Non ci è voluto molto. Come non c’è voluto molto, due mesi fa, per smettere di guardare la tv, col suo palinsesto di ripugnante intrattenimento e servizi del telegiornale sempre tutti uguali e terrificanti. 10 minuti di notizie delle 20 per capire come avremmo dovuto procedere per lavoro/spostamenti e poi OFF. Solo film, documentari o serie tv (santo Prime Video), fatta eccezione per PropagadaLive il venerdì sera. Daje!
Partendo dall’inizio… Una domenica sera, durante quei 10 minuti di tiggì, la notizia più attesa è arrivata, quella in cui “Giuseppi” ha annunciato che stavamo proprio a cocci (per citare un nostro adorato amico di Rebibbia) ed era assolutamente necessario chiudere tutto, salvo le attività essenziali. “Beh, cosa c’è di più essenziale dei tessuti a maglia, dai!” pensai per un attimo, illudendomi che non avrei avuto a casa mio marito tutto il giorno, fino a data da destinarsi.. Ma l’illusione è durata pochi secondi e quando ho sentito la sua voce dire “BAMBINI, DA DOMANI PAPA’ E’ A CASA CON VOI”, ho realizzato cosa stava per accadere: mentre guardavo i piccoli abbracciare papino, ho cercato di mettere su un sorriso credibile, ma la goccia di sudore sulla fronte mi tradiva. Nella mia testa scorrevano preoccupanti immagini di vario tipo: trapano, avvitatore, motosega, martello, prolunghe, stucco, carta vetrata, secchi di vernice, rulli, vasi, terriccio,… e ancora panca per addominali, step, tappetino… carbonella, Weber, punta di petto, spiedo. AIUTO. Si, la paura si è sciolta appena il piccolo mi ha coinvolta nel loro abbraccio maschile, ma ho comunque messo subito in chiaro le cose: “amore, sappi che io di pomeriggio lavoro e al mattino devo assolutamente occuparmi della didattica dei figli”; questo era il compromesso: ristruttura casa quanto vuoi, ma lasciaci il briciolo di organizzazione scuola-lavoro che ci eravamo costruiti a fatica nelle due settimane precedenti, con tanto di campanella del forno a comunicare l’ora dell’intervallo e la fine delle lezioni casalinghe.
In realtà, la convivenza h24 è andata a meraviglia. E forse non ho mai avuto dubbi su questo.
La mattina facevo la maestra, grande sogno irrealizzato della mia vita. Nel frattempo lui procedeva, con orgoglio, giorno dopo giorno, al completamento dei lavori messi in lista. Non prima di avere annunciato le previsioni del tempo! E sti cazzi? Non siamo in procinto di organizzare una scampagnata al lago, né di farci una gita a Gardaland. Comunque, ognuno ha le sue passioni… e Giugliacci a parte, ha eseguito tutto con grande discrezione, come non averlo, se non teniamo conto della mattina in cui ha smontato la portafinestra della cucina sbattendo una parte del serramento sul tavolo, dove stavo spiegando a Marco l’uso della H. Alla fine però, quell’ inconveniente che ha tanto impaurito il figlio, mi è servito per fargli capire che tutte le volt che farà un uso improprio della lettera muta, gli farò provare lo stesso spavento! A mezzogiorno in punto, riappariva il primogenito dalla mattinata di videolezioni, io preparavo il pranzo per i ragazzi, mentre papà pensava a farsi i muscoli al piano di sotto. Poi io attaccavo il pc per lavoro e lui prendeva in consegna la prole, fino all’ora dell’aperitivo, che visto l’assenza di impegni esterni, era sempre anticipato alle 18 (orario in cui, inizialmente, abbassavo la tapparella per non rischiare di assistere ai penosi flash mob, una delle cose più penose della Quarantena, farisei!). In attesa della cena, prosecchino e gioco in scatola tutti insieme, su cui vorrei stendere un velo pietoso, per l’accanimento del primogenito e suo padre. Lo faccio per loro. Dico solo che qualcuno ha persino scalfito un dado…Uh, a proposito di giochi, una delle emozioni più forti l’ho provata quando ho tirato fuori dal ripostiglio, dopo anni, il mio Risiko, commissionato a Babbo Natale all’età di 8 anni, una delle rare cose della mia “vita passata” conservata perfettamente (sono una che ha più cura delle persone, che delle cose). Sono riuscita persino a ritrovare un po’ di quello spirito competitivo, assopito dalla mia ultima partita di pallavolo intorno all’estate del 2000. Dovremmo giocarci di più. Forgia il carattere. E vinco spesso.
Se il Cape allenava il fisico, io una volta a settimana tenevo allenata la mente, facendo uno sforzo incredibile per ricordarmi tutte le corsie del supermercato e l’ubicazione dei prodotti, in modo da poter stilare una lista divisa per corsia, con tanto di titoli in colore diverso e numeri, ad indicare l’ordine da seguire. Lista precisa=poche telefonate. Poi arrivava comunque a casa col doppio della roba e con uno scontrino con cui il cagnolino della carta igienica si sarebbe divertito parecchio!
Scuola, lavori casalinghi, giochi, tv, spesa… E… insonnia. Ecco un altro simbolo della clausura. Occhi spalancati fino alle 2 di notte, fortunatamente in compagnia del marito, che si riaprivano immancabilmente non più tardi delle 7 del mattino. Ma l’ora di solitudine mattutina, non la baratterei mai con una in più in più di sonno; è l’unica, in questo momento, che posso passare in silenzio e sola, col mio caffelatte, il libro e l’amico merlo che quotidianamente viene a dare una mano al cane a finire i croccantini.
Adesso papino è tornato al lavoro e non avrei mai pensato che mi sarebbe mancato così: a mezzogiorno il letto è ancora da fare e nessuno mi porta il caffè alle 15 mentre lavoro. Per la moka nessun problema, ho risolto insegnando al grande a prepararla; il letto, in qualche modo, vedo di farlo io tra una mail e una tabellina, anche se spesso si offre il piccolo: “mamma ti faccio una sorpresa”. E chi sono io per impedirglielo, anche se la coperta resta un po’ sbilenca?
Non senza qualche squilibrio emotivo, siamo sopravvissuti e ringrazio Matteo per avermi sopportata e supportata. A dire il vero, io sto bene in questa condizione e farò fatica a staccarmene. Ho un tremendo bisogno di stringere i miei cari, quelli vicini vicini e quelli bergamaschi, che grazie a Dio sono vivi e vegeti e non devono rivoltarsi nella tomba per le preghiere citate in precedenza; ma nonostante questa necessità di abbracciare, il pensiero di uscire e riprendere la vita di prima, mi spaventa, non tanto per il timore di buscarmi il virus, quanto per il fatto che non ho nessuna voglia di essere travolta dallo tsunami di gente che proporrà iniziative di incontro, brindisi di ricongiungimento, eventi per rendere memorabile il ritorno alla normalità. L’isolamento è stato per me, quello che gli acidi furono per Jim Morrison, mi ha aperto le porte della percezione, ho realizzato chi sono le persone per cui apparecchierei la mia tavola e quelle con cui un brindisi in birreria basta e avanza. Comunque vada, affronterò la fase 3 con le forze raccolte in quelle precedenti. E se mi sentirò minacciata, o se qualcuno oserà dirmi che mi trova ingrassata, potrò sempre aprire la scatola di Risiko, prendere i miei carri armati lilla e attaccare tutti con tre armate. Fatevi sotto. Io non ho paura.

Brava che li chiami lilla!
Forza lilla!