High Voltage!

High Voltage – AC/DC . Un titolo, una band… un significato: nella vita ci vuole elettricità, non necessariamente ad alto voltaggio, ma sicuramente sempre di più, nel mondo che viviamo si necessita dell’elettricità. Sempre di più la individuiamo come forza motrice per il futuro; le automobili elettriche sono sempre di più realtà consolidata, energia potenzialmente pulita.  

In più tutti i dispositivi moderni, di uso quotidiano, sono ricaricabili. Smartphone, pc portatili, tablet, lettori mp3, casse bluetooth, cuffie, batterie portatili. Grande invenzione! Basta spreco di pile e relativa dispersione nell’ambiente… ci stanno chiedendo (a santa ragione) di essere più ecologici, più smart eco minchia frendly, e io sposo a tutto tondo questa causa!

MA…. Ma…. io ho un grosso problema: vivo in una famiglia scarica! Mai fortunatamente dal punto di vista fisico/mentale, bensì nel senso più tecnologico del termine.

Io, che quando vedo la batteria del telefono al 70% comincio ad andare in ansia; io, che alla visione di una spia rossa inizio a sudare freddo; io che all’ascolto del messaggio “battery low, please charge!” (ma perché non parlate in Italiano, malefici?!?!) vengo colto da crisi nervose… ebbene proprio io, vivo un’ esistenza a rincorrere dispositivi da attaccare ad una presa di corrente.

Non è una fissa rispetto al dispositivo in sé, siete qui a leggere di un tizio che ha ancora il lettore cd in macchina, che non vuole buttare via le musicassette della gioventù (pur non avendo un supporto su cui ascoltarle); non combatto a prescindere la tecnologia, anzi, se utile e funzionale, perché combatterla?

MA PERCHE’, perchéééééééééééé, devo essere l’unico a preoccuparmi sempre che tali dispositivi siano quantomeno fruibili?

MA PERCHE’, perchéééééééééééé una batteria di emergenza bellissima, con due prese usb che puoi ricaricare fino a 4 volte due batterie di cellulare non é mai carica????

Io non sono di natura uno che se la prende a male (cioè, non sempre), se non per condizioni particolarmente gravi, ma santa pupazza la batteria scarica mi fa proprio girare i santissimi; chiedo solo un filo di collaborazione, è troppo? Ecco, inizio pure a parlare come mia madre quando mi cazziava a 16 anni, vi rendete conto di come mi turba quest’argomento?

Ma forse aveva ragione il buon Miguel “Lodato sia don Chisciotte! Che seppe con tanto anticipo di secoli riconoscere un furibondo gigante sotto la maschera di un innocente mulino.”
Sono l’uomo che controlla il livello di batteria dei vostri dispositivi, scrolla la testa desolato e si avvicina alla scatola, trova alimentatore e filo, e collega il tutto.

Quel piccolo simbolo della ricarica in mezzo alla batteria , identico a quello che si trova tra le lettere AC e DC mi fa stare bene, mi fa venire il sorriso, come un giro di tre accordi di Malcom Young, un assolo rhythm and blues del buon fratello Angus… high voltage, rock and roll.

Le rotonde mi stanno sulle palle

A differenza della mia dolce (a tratti) metà ho all’attivo pochissime consegne e ritiri scolastici di figli, pur vantando comunque una tamponatura di un’incurante e alquanto distratta madre intenta in un ardito tentativo di parcheggio. Il suo sfogo mi ha dato però l’occasione di meditare in generale sul il mio rapporto con la macchina.

Partiamo dal concetto base che guidare mi piace proprio! Al netto di sciatica e prostata, guido senza problemi e affanni per svariate centinaia di chilometri. Risultano oramai mitiche tra parenti e amici le nostre levatacce familiari, ad orari assurdi, per le partenze intelligenti per le località di mare. Mi attacco con tipica postura da mantide religiosa al voltante e mi godo il mutare dei paesaggi, le diverse condizioni climatiche. Mi immagino su una decappottabile… su una delle mitiche route che tagliano per il lungo gli Stati Uniti, occhiale da sole, capelli (pochi) al vento, canticchiando una canzone dei Creedence Clearwater Revival in compagnia di moglie e figli sorridenti e giocosi.

Ecco, questo se fosse un bel film andrebbe bene… ma noi viviamo nella maledetta pianura padana dell’interland Milanese, la patria del traffico frenetico, delle autostrade e tangenziali congestionate, dell’asse del Sempione che si interseca regolarmente con grandi strade di collegamento.

Insomma altro che Creedence, altro che  John Fogerty che ti chiede  se hai mai visto arrivare la pioggia in una giornata di sole, qua  si è in battaglia, e tutto quello che senti nelle orecchie è Fred Durst dei Limp Bizkit che ti ricorda che oggi è una giornata sbagliata, una di quelle dove è meglio che i furbacchioni ti girino al largo. Niente sole e vento nei capelli, piove e tanto non si puo’ andare in giro con giù il finestrino, c’è lo smog!

Quindi nella zona dove abitiamo la condizione cambia radicalmente: bisogna essere temprati, attenti, risoluti alla guida e sempre rispettosi delle regole!  Insomma una partita a scacchi molto delicata, anche perché qui tra attraversamenti pedonali sbiaditi, monopattini che sfrecciano più veloci della Yamaha del Valentino, orde di ciclisti disposti a ventaglio manco fossero ballerine di Can Can al Moulin Rouge, sembra di stare in un videogioco Arcade anni 80, dove la gente fa di tutto per farti diventare un pirata della strada.

Io giuro, faccio di tutto per non inc……rmi alla guida ed essere di buon esempio per i miei  figli che mi monitorano attentamente dai sedili posteriori; cerco di fare passare il povero automobilista di fronte a me fermo ad un stop dal 1983 in attesa che qualche cristiano rallenti per  farlo immettere, attendo pazientemente che quello parta dal semaforo anche se sta guardando quel m&%@#a di smartphone che dovrebbe infilarsi in  zone che occupano il suo sedile di guida; vi giuro che non me la prendo neanche più di tanto quando quello dietro di me  viaggia ad un millimetro dal mio paraurti posteriore, spingendomi manco fossi l’ultimo degli anziani con il cappello… ma se volete vedere la morte in faccia, vedermi paonazzo esercitare creative forme di insulto che non contemplino vere e proprie parolacce (cosa si fa per i figli…) fatemi uno, un solo sgarro su una rotonda!!

Le rotonde per me sono il nuovo test intellettivo moderno: non ci vorrebbe la cultura di Piero Angela o la mente di Rubbia, sono dei cavolo di cerchi a cui si attaccano delle strade, che…… quando sono a due corsie danno il via a delle libere interpretazioni del tutto personali!!!! Niente indicatori di direzione, gente che si muove in diagonale credendo di essere un Alfiere sullo scacchiere di Marostica.

Le rotonde mi stanno sulle palle (e come sanno familiari e amici stretti, le odio per DIVERSI motivi). Non le reggo. Voglio tornare ad un mondo di semafori.

A morte le rotonde

Prima causa dei conflitti tra i popoli

I bambini non sono idrosolubili (BAD HABIT)

Che la pandemia non ci abbia cambiati molto in termini di rispetto verso gli altri, è facilmente intuibile; senza andare a cercare i negazionisti squilibrati o gli sciacalli che ci han fatto e ci fanno campagna elettorale: basta mettersi davanti a una qualsiasi scuola, all’orario di ingresso o di uscita, per averne la prova.

Il mio curriculum di mamma di due ragazzini (seconda media e terza elementare), riporta ormai un discreto numero di riunioni e assemblee di classe a cui ho diligentemente partecipato e posso affermare con assoluta certezza che, dalla materna alle medie, il primo argomento affrontato dalle insegnanti è sempre lo stesso: LA PUNTUALITA’ “Prima di iniziare vorremmo ricordare l’importanza del rispetto degli orari…perché… il bimbo che arriva in ritardo, non solo disturba i compagni già seduti, ma vive lui stesso un momento di imbarazzo poco piacevole” ecc… Per carità, un ritardo può capitare a tutti, ma pare che la recidività la faccia da padrone in questo ambito.

Sono passate solo due settimane dall’inizio della scuola, faticosissimo per mille motivi, sono stati stabiliti orari di entrata contingentati e ci è stato raccomandato di essere in orario, ALMENO in questo contesto particolare; richiesta comprensibilissima, che ha aumentato la mia paranoia della sveglia. Ma si sa, il mondo è bello perché è vario, e nonostante l’esortazione, sono già cominciate le scene di genitori che arrivano di corsa e lanciano i figli oltre il cancello, piazzando l’auto (tra l’altro, spesso di notevoli dimensioni), proprio davanti agli ingressi, costringendo così quegli imbecilli di genitori sempre puntuali, che cercano di mantenere il distanziamento e rispettare la “segnaletica covid”, a dover fare, in pochi secondi, un’ardua scelta: mi assembro o mi faccio investire? Dalle suddette macchinone fuori posto, spesso illuminate come un albero di Natale dalle scintillanti “4 frecce” (non è che con quelle vale tutto), scendono profumatissime mamme, sempre sorridenti nonostante i tacchi (che, a parte il rossetto sui denti, io un po’ invidio, perché hanno la stessa mise che io potrei avere quando vado a un matrimonio. Forse) e scuotendo la testa asseriscono che insomma, LORO sono in ritardo e molto di corsa, perché LORO devono andare a lavorare! Tutti gli ALTRI, invece, a quanto pare, hanno minuti omaggio da passare in auto, in attesa che la macchina che li blocca si sposti. La cosa terrificante è che ci sono genitori che pretendono anche di avere ragione e fanno passare “i puntuali” come NevrasteniciSecchioniFanaticiDell’orologioManiaciDelControllo. A proposito, alla voce “esperienze precedenti” del suddetto c.v. da genitore, vanto qualche vaffa e un dito medio di alcune madri e persino un “TU devi farti curare, adesso aspetti” rimediato da un ragazzino rimasto in attesa nell’auto della madre che ostruiva il passaggio della mia; gli avevo chiesto gentilmente di cercare la mamma perché il mio secondogenito, allora quattrenne, stava perdendo sangue dal naso. Di fronte a tanta arroganza, confesso che a volte mi piacerebbe reagire dicendo (cit. OFFSPRING – v. canzone allegata) You drive on my ass, your foot’s on the gas and your next breath is your last”, ma poi, sarà che sono pigra, preferisco non fare sforzi con certa gente e mollarla lì nella sua piccolezza.

Durante il lockdown e fasi successive, abbiamo fatto enormi sacrifici per riorganizzare la famiglia, per capire dove lasciare i bimbi mentre andavamo al lavoro, per incastrare le ore di smartworking con quelle in cui ci siamo trasformate in maestre, per far quadrare i conti; è stato stancante per tutti (e purtroppo, per alcuni, anche doloroso). E ancora più difficoltosa è stata l’apertura delle scuole, dietro cui c’è stato e continua a esserci un impegno estenuante degli addetti ai lavori (genitori compresi); ci sono ancora tante incognite, da come affronteremo le prime influenze, alla mancanza degli insegnanti. Davanti a tutto questo, invece di criticare le maestre che sono già in ritardo col programma, si potrebbe pensare di iniziare a non essere in ritardo voi, magari sacrificando 10 minuti 10 di sonno e di rossetto; arrivando in orario, trovereste un parcheggio consono, magari non a 10 metri dal cancello della scuola, ma avreste il tempo di farvi una camminata di tre minuti con vostro figlio per mano, accompagnarlo con calma all’ingresso contingentato, in modo che tutti abbiano la possibilità di rispettare il distanziamento, senza rischiare di perdere un piede sotto un suv. Non voglio fare una lezione su come si faccia il genitore, magari esistesse un corso a cui potermi iscrivere! Facevo solo una riflessione sul fatto che la puntualità e l’osservanza delle regole, segnaletica stradale compresa, siano un segno di rispetto verso gli altri. Capisco anche che non siate interessati alla comunità; e ok. Ma vi prego, almeno, quando arrivate trafelate trascinando vostro figlio, evitate di rivolgervi a lui dicendo cose tipo “muoviti che mi fai fare tardi al lavoro”. Sarà proprio colpa sua? Io avrò sicuramente problemi emotivi, ma tutte le volte mi si stringe il cuore. Non dovremmo essere noi ad occuparci di loro, anche insegnando ad essere pronti in tempo?  

E a questo punto, già che ci siamo, vorrei che si spargesse la voce che i bambini non sono idrosolubili; quindi, quando piove, nel momento in cui il fanciullo ci viene consegnato, chiudiamo un attimo l’ombrello, invece di mirare gli altri genitori negli occhi con le stecche. Perché, vi assicuro, è scientificamente provato: se anche prendessero due gocce d’acqua, non si scioglierebbero come un’aspirina in un bicchiere.

La sindrome tapparella (Wake me up, when September ends)

Guardatelo lì coi suoi figli, in terrazzo, al sole, a godersi le ultime settimane di caldo e luce. Piiiing poooong, piiiing poooong. Io li scruto dalla finestra, sotto le pale del ventilatore; mi rifiuto di sopportare altro caldo… e altra luce! Odio questo mese che dovrebbe introdurci nella stagione più affascinante, colorata, frizzante, ispiratrice e invece è diventato ormai un’appendice d’estate. Di settembre accetto solo la vendemmia. Quando arriva il nono mese dell’anno, io mi sto trascinando oramai da settimane, perché la mia soglia di sopportazione della bella stagione, salvo i giorni al mare, arriva fino a inizio luglio. Dopodiché inizio il conto alla rovescia. Infinito.

L’afa, le zanzare, l’insonnia, la pelle che appiccica, i capillari delle mie gambe in vista, i piedi gonfi, il gelo dentro l’Esselunga, i vermi nella spazzatura, l’irrigazione quotidiana delle fioriere, i consigli dei telegiornali, Techetè, la principessa Sissi (mio incubo dai tempi del liceo, quando me la facevano vedere in tedesco), il freezer pieno di gelati che tolgono spazio al prosecco quando ti sei dimenticato di metterlo in frigo al mattino e devi refrigerarlo in fretta la sera, i maledetti ignobili tormentoni musicali, che anche non volendo, si sentono ovunque (quest’anno si sono aggiunti Mina e la compagnia telefonica rossa e blu a rendere l’ attesa del fresco ancora più snervante); c’è qualcosa di bello in tutto ciò? Detto così, so che potrei riscuotere un discreto numero di consensi sul fatto che l’estate sia, diciamo, più faticosa che esaltante; raramente, invece, trovo qualcuno che, come me, non apprezzi la luce fino alle 21. Le giornate interminabili non mi danno particolarmente gioia. Una volta lessi che ci sono “teste” che producono troppa adrenalina e per questo si rilassano, per esempio, quando il cielo è grigio. Probabilmente faccio parte di quel gruppo. Il sole pomeridiano che si riflette sul pavimento bianco della cucina mi fa sbarellare (per usare un linguaggio moderno ed efficace); quindi, dopo pranzo, srotolo la persiana, giù, fino almeno a metà per far riposare il cervello con un po’ di penombra, con la conseguenza, tipo come è successo in questo preciso momento, che quando mio marito rientra dal terrazzo, non si abbassa abbastanza e sbammmm, botta in fronte. E giù tutti i Santi: non è colpa mia se lui non prende bene le misure.

E non parliamo, poi, dei lunghi periodi (ormai frequenti) di siccità, in cui mi inaridisco come le piante del mio terrazzo quando me ne devo occupare io. Dopo 10 giorni di sole consecutivi, inizio a guardare le previsioni del tempo e se non vedo una nuvola nell’arco dei 10 giorni successivi, inizio ad appassire: pelle che si squama, arsura, neuroni avvizziti. La mia playlist si trasforma in una vera e propria danza della pioggia e comprende solo canzoni tipo, Purple Rain, Have you ever seen the rain, Fool in the rain, Here comes the rain again, No rain, November rain, I wish it would rain, Who’ll stop the rain, Umbrella… Sarà che sono un segno di terra, ma ho fisicamente bisogno della pioggia, anche sotto forma di neve, o meglio ancora, di nebbia.

Credo che i miei tre poveri maschi siano sempre contenti dell’arrivo dell’autunno, perché sanno che i miei borbottii finiscono e possono tornare a parlarmi senza timore. Io le vedo le loro espressioni tese quando mi chiedono uno sforzo in più di tolleranza caldo e/o luce. Tipo “amore, per stasera in pizzeria… prenoto dentro o ..f….” Non riesce nemmeno a dirlo “fuori” perché sa che se è stata una giornata particolarmente afosa e ho superato le quattro punture di zanzara, potrei mangiarmelo. Oppure “mamma, sei più bella del solito oggi… e il pranzo era davvero squisito… Ti va torneo di ping pong quando arriva papà?”. Chiedono i ragazzini sudando freddo. Io mi sforzo, chiedetelo a loro! La sera ceniamo fuori e sorrido pure, anche se quel sole non va giù e mangio con lo zampirone tra le gambe. A volte, mi tuffo persino nella piscinetta con loro, per improbabili tornei di pallanuoto; l’acqua è più calda di quella della doccia, ma sono bravissima a fingere che mi dia refrigerio. Chiariamo, non è che vorrei passare l’estate chiusa in casa al buio. Ancora non sono arrivata a quel livello di esaurimento. Eppperò, quando il Cape (mio marito) un mercoledì qualsiasi di agosto alle 17 mi dice “ci sdraiamo fuori un po’ al sole a leggere?” ecco, io declino gentilmente l’invito – che a leggere non c’è bisogno della compagnia – gli porto una birra fresca per alleviare il mio senso di colpa e poi torno in casa, abbasso la tapparella, mi sdraio sul divano col mio libro e mi assopisco… in attesa della sua testata che mi sveglierà di soprassalto.

SINGIN’ IN THE RAIN

Canzone dei 12 mesi – Francesco Guccini. “Ben venga maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera…”

Avrò modo prossimamente di tediarvi sul perché maggio sia il mio mese preferito, ma per il momento voglio fare outing su una cosa super lineare: sono il classico uomo della strada che ama la primavera.

Facile no? I primi boccioli, i primi colori, la rinascita della natura…. I primi caldi, le giornate che si allungano, i profumi, le prime grigliate (menzogna, si griglia tutto l’anno), le giornate iniziano ad allungarsi!! Io, per esempio, una cosa che proprio non reggo dell’inverno e dell’ora solare è il buio. In stile puramente fantozziano, esco alle 7,15 di casa per recarmi al lavoro con il buio e d’inverno mi uccide proprio l’idea che quando uscirò dall’ufficio la condizione sarà la medesima. Infatti, anche la mia carriera di metallaro non si è mai spinta oltre Ozzy Osbourne, e pure il fatto che fosse “Il principe delle tenebre” mi stava un po’ sulle palle; inoltre tutta quella parte di death metal con le sue ambientazioni lugubri, filo sataniste, candele e tapparelle abbassate, la parte cantata come se uno avesse delle coliche mi hanno sempre annoiato!

Io, insomma sono un gigione innamorato della stagione in cui tutto rinasce; e non disprezzo nemmeno l’estate, nonostante l’eccessiva sudorazione da uomo corpulento. Con l’avvento dell’ora legale rinasco: esco fischiettando al mattino come se andassi in gita con gli amici e rientro danzando come Roberto Bolle (credo di poter affermare, senza falsa modestia, che ci accomuni il fisico statuario ed un’ugual leggiadria); la luce è vita… E’ parte fondamentale della nostra esistenza, anche quella artificiale, che salva i nostri mignoli dai comodini quando la prostata di uomini di mezza età comincia a interrompere i nostri sogni.

Anche la mia selezione musicale cambia con l’avvento delle stagioni preferite, posso persino abbandonarmi agli Abba saltellando come un qualsiasi discomusic addicted anni 70, apprezzo di più la birra, che complice il clima mite, trasuda dai miei pori e non devo correre in bagno ogni 7 secondi! Insomma VIVA LA PRIMAVERA e viva l’estate. Posso anche far passare l’inizio dell’autunno, quando ancora non serve il cappotto e alla fine di una bella giornata di sole, posso gustarmi sul balcone un buon vino all’imbrunire, senza che si congeli o che sia buio pesto.

Ok, dai, ho reso abbastanza l’idea no? A chi non piace la primavera e le giornate in cui il sole tramonta alle 21?….Eh ma è qui che arriva il bello…Perchè qui entra in gioco lei, la donna decadente (in senso artistico, non mi permetterei mai di scriverlo in altro senso); lei è la signora della pioggia, lei rinasce con la pioggia, datele un venerdì di pioggia (non dite niente, si accettano solo degli psicologi certificati) e avrete una donna che alle 7 del mattino imburra fette biscottate, spreme arance, prepara un buffet da Grand Hotel, mentre si fa la piega, prepara i figli e magari si dipinge anche le unghie… sfoggiando un sorriso da panoramica e canticchiando “ I love the raaaaaaaaaaaaaain” , dei Cult.

Lei ama il freddo pungente, la nebbia; il buio e la pioggia sono condizioni che modificano davvero i suoi stati emotivi… in positivo!!! Da anni prova a convincermi che il suo corpo e la sua mente necessitano della pioggia… e forse mi sta convincendo, perché in lunghi periodi di siccità, non rari in questi ultimi anni, si inaridisce leggggermente dal punto di vista psicofisico.

Nulla di patologico o insopportabile, anzi devo dire che apprezzo il fatto che lei, l’ABBA mood, lo abbia quasi sempre, in fondo. Ah ma davanti una sera tenebrosa e un rumoroso temporale diventa addirittura raggiante, canta, inventa balletti mentre cucina, addobba la tavola a tema, non smette di parlare e la sua selezione musicale corrisponde alla mia delle giornate di sole. Lei sotto il nubifragio saltella sulle note di “Shiny happy people” e se non si vede una nuvola per 7 giorni di fila, cala la tapparella e si strugge con … non so… “Love is a losing game” o … si mette un film di Tim Burton, giusto per ritrovare, almeno nello schermo, i colori che adora.

I nostri ragazzi assistono un po’ impotenti, ma sempre divertiti a questi genitori che Dio gli ha rifilato: un leggiadrissimo papà che volteggia per casa con in sottofondo “Run to the hills” nelle tiepide serate primaverili e una mamma che in quelle buie e piovose invernali, in versione Gene Kelly, allegra “canta sotto la pioggia”. Loro sorridono, si guardano complici e si portano un indice roteante alla tempia.

Bubbles

“Il mondo è a pezzi e i pezzi siamo noi”, cantava il buon Piero. Eh già, siamo così conciati che non possiamo nemmeno godere della musica live che riempie le estati e ci regala momenti in cui, per qualche ora, ci sentiamo tutti chiusi in un mondo magico. Beh, possiamo solo batterci un pugno sul petto e tirare fuori il classico “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa” (anche se credo che la riflessione su se stessi sia oramai passata di moda) … Perché, ammettiamolo, se quest’estate non possiamo assembrarci sotto un palco, è anche un po’ colpa nostra. Si pensa solo a come andare sempre più veloci o a come essere più tecnologicamente avanzati; la smania di potere regna, la gente non smette di ammazzarsi, l’indifferenza trionfa, il diverso fa ancora paura, il mondo brucia, l’aria non si respira, la natura viene depredata… Ma come diceva qualcuno “Dio perdona sempre, noi qualche volta, la natura mai” e ora ci  sta sbattendo in faccia (e nel naso) tutta la m**** che le abbiamo riversato addosso in questi anni e mo’ ci ritroviamo a dover correre per cercare l’antidoto a questo virus, nella speranza di poter tornare alla vita di prima.

Il mondo è a pezzi e i pezzi siamo noi. E in pezzi è andato il nostro desiderio familiare che il Babbo biancorosso aveva realizzato lo scorso Natale, su richiesta dei bambini: 4 biglietti per vedere il concertone di KORN+SYSYEM OF A DOWN; il pensiero dell’evento aveva scaldato il nostro inverno, eravamo già gasatissimi e poi il virus incoronato ha interrotto il nostro conto alla rovescia.

La delusione di dover rimandare di un anno i concerti che attendevamo con tanta trepidazione, è stata cocente come l’asfalto su cui appoggiamo i culetti in attesa dei nostri beniamini. Personalmente, venderei un anno del mio tempo agli Uomini Grigi pur di essere catapultata nel 2021 e iniziare a preparare lo zaino CAPETTINI dei concerti. Ma, ahimè, il tempo è un bene così prezioso, che non si vende e non si compra, nemmeno con un milionedidddolari. Non ci resta che mettere da parte la tristezza, armarci di pazienza e prepararci ad esplodere, l’estate prossima, come vulcani quiescenti. Forse, mondo permettendo, apprezzeremo ancora di più quella stretta allo stomaco che ci prende quando partono le prime note e tutte le brutture sembrano sparire e non vorresti essere in nessun altro posto al mondo. Forse canteremo ancora più forte e ci daranno meno fastidio i corpi sudaticci che inevitabilmente ci si strusciano addosso. Può essere che mi daranno meno noia anche le coppiette che limonano per tre quarti di concerto (ok il Peace and Love, però porca miseria, sarebbe possibile rimandare il limonaggio duro alla fine della performance?). E chissà, magari ci saranno meno idioti col telefono per aria tutto il tempo, che immortalano il momento nella scatoletta invece che nel cuore e nella testa. Beh, sapete cosa vi dico? Io inizio già a preparare lo zaino! Come sempre, ci metterò dentro dei sani panini imbottiti di prosciutto ed energia, per affrontare in forze la giornata. Aggiungerò poi le bottigliette in cui travaserò birra ghiacciata e gioia (corredate degli immancabili tappi nascosti nelle scarpe, per ritapparle e non fare evaporare il buonumore). Ci metteremo dentro i nostri giochi di carte per far passare il tempo e distribuire allegria. Non mancherà il nostro stick antizanzare, da spalmare per rendere meno antipatici anche quegli odiosi insettini. E come sempre, porterò le bolle di sapone, mie fedeli dispensatrici di sorrisi, che soffierò qua e là durante il giorno; adoro seguire il loro breve viaggio e osservare le espressioni di meraviglia di gente di qualsiasi età, quando si accorge di essere circondata da quelle sferette gentili che riflettono il cielo. Ecco fatto, lo zaino è pronto. Noi pure. Per quest’estate va così: teniamo duro, alziamo il volume delle casse di casa, chiudiamo gli occhi e immaginiamo di essere ovunque vogliamo, perché il buon Piero cantava anche “la musica fa… viaggiare senza partire”.

Ps: Caro Babbo Natale, la letterina di quest’anno è già pronta: i biglietti del concerto dei Foo Fighters; visto che quest’estate riposiamo, siamo pronti ad affrontare due concertoni in 3 giorni il prossimo anno!

Quanto ci mancherai, musica live!

System of a Down – B.Y.O.B. “Everybody’s going to the party, have a real good time, dancing in the desert, blowing up the sunshine”… perché in fondo è così! Quando c’è una festa e la gente si diverte, danza fino a far sparire il sole! Nelle nostre ormai torridissime estati, a volte sembra di stare anche nel deserto come la location scelta da Serj Tankian e soci per far divertire e danzare questo popolo godereccio. Materializzando i versi di questa canzone non riesco a non immaginarmi un concerto.

Già, i concerti, i grandi assenti di questa estate bizzarra! Un colpo al cuore che in molti non supereremo con facilità, i grandi raduni torridi ci mancheranno veramente tanto.

La nostra passione per la musica credo che oramai vi sia arrivata e che di conseguenza si trasferisca alla performance live  è abbastanza intuibile; o va da sé che tutto ciò è stato insinuato a dovere nelle testoline dei nostri pargoli, tanto che lo scorso dicembre, Babbo Natale si è visto recapitare dagli ometti di casa Cape una letterina con un unico desiderio imprescindibile: il biglietto del concerto dei System of a Down in coppia coi Korn, per sé e per i propri genitori (giusto perché sanno di non potere andare soli, ma ne farebbero già a meno). Il magnanimo omone della Lapponia, pur dovendo sopportare un esborso economico esorbitante, li ha accontentati, ignaro che i piccini abbiano già mangiato la foglia e hanno in progetto di ripetere tali richieste per i Natali a venire.

I concerti sono belli, bellissimi, bellerrimi, ma, da scassamaroni quale fieramente mi autoproclamo, non posso esimermi dal fare un elenco delle cose che non reggo proprio; quindi, in puro stile “alta fedeltà” (consigliatissimo sia il Libro di Nick Hornby che il relativo omonimo film), ecco la top five delle cose che non reggo ai concerti:

  • I prezzi dei biglietti: maledetti mp3 e musica in internet per cui non si comprano più i DISCHI (cosa che tra l’altro io, invece, continuo a fare). Io capisco che i cantanti devono sopravvivere e quindi giù di 8000 concerti all’anno fighissimi; ma pagare sempre un biglietto come una poltronissima alla Scala, per essere pigiato in una distesa di cemento sotto il sole cocente, senza neanche un orinatoio decente nel giro di 45461 km, lo trovo eccessivo (sono vietate considerazione del tenore “allora non ci andare!”, non è un’opzione contemplabile).
  • All’interno delle aree concerti non si può introdurre più NULLA. E qui è una fregatura vera e propria per noi che siamo entrati con passeggini senza figli, coperte, tende, frigo, libagioni degne del veglione di Capodanno e riserve di acqua e vino/birra a livelli del bar più rifornito. Giochi per intrattenimento dei pargoli, tensiostrutture per ripararci dal sole… insomma, cavoli, già ti abbiamo lasciato la tredicesima per essere a questo concerto, potrò pure avere la possibilità di costruire una camera da letto per il riposo pre-ritorno a casa!
  • I golden circle, vip area, pit, meet & greet e chi più ne ha più ne metta: pacchetti con cui ti compri a suon di bigliettoni quello che una volta ti dovevi conquistare con il sudore della fronte e con ore e ore di impegno sul campo. La transenna al petto sotto palco, l’autografo del tuo beniamino oramai non sono più la conquista di un cocciuto fan, ma il privilegio vip del figlio di papà o dell’ex rockettaro nerd che è diventato ingegnere spaziale e spende cifre degne di una vacanza alle Maldive per avere anche un’ancella che ti fa aria con una foglia di Palma.
  • I disincentivi all’idratazione. Quando perdi tanti liquidi l’importante è recuperare… ora 7 euro per un 0,40 (quando va bene) di bevanda leggermente alcolica con la schiuma, è un attentato al portafogli già provati dai tagliandi di ingresso, oltre che alla salute! La birra dovrebbe essere omaggiata!
  • L’uomo senza maglietta… Ora finché è la donna senza maglietta i maschi di casa Cape possono chiudere un occhio, soprattutto l’ultimo arrivato, grande fan delle prosperità femminili… ma l’uomo a torso nudo dovrebbe essere fermato per legge e accompagnato all’uscita. Perché io devo cuccarmi il tuo tappetino sudaticcio sul mio braccio? Perché non puoi tenerti la magliettina di cotone come tutti i cristiani, che per sue proprietà va naturalmente ad assorbire le tue secrezioni oltre che a evitare che me le cucchi io? Tieni su sta magliettaaaaaa….

Dopo tutta sta premessa, veniamo alla gestione di un concerto con figli al seguito.

Si sa che per propria natura i ragazzi giovani sono degli entusiasti, e quindi passiamo solitamente la giornata a cercare di far loro capire che: mettersi a giocare a pallone alle 16 con 35° all’ombra potrebbe essere deleterio per il proseguio della giornata; 27 gite agli spruzzini dell’acqua ti rinfrescano si quando sei lì… ma ti accaldano il doppio durante i 72 km avanti e indietro, e quindi è decisamente un cane che si morde la coda; no, non possiamo andare davanti, perché voi finireste spiaccicati e il papà poi deve mettersi a litigare con tutti; e no, non  posso tenerti in spalla tutto il concerto, se sei nano non è colpa mia, io ho iniziato a vedere concerti quando avevo 15/16 anni, tu a 12 hai già visto più concerti di quanti alcuni hanno visto nella loro esistenza; e sì, dovete camminare fino alla macchina a fine concerto, almeno finché non esisterà il teletrasporto… Perchééééé?!?!?!? Perché il papà è più bollito di voi due messi insieme.

Infine… gestione del concerto con la moglie.

Che dire, anche qui siamo un connubio perfetto… io come sempre penso a logistica&trasporti, lei all’aspetto sanitario/ludico/alimentare.

Io controllo prima zone parcheggio, partenze intelligenti (o presunte tali), dislocazione ingressi, vie di uscita, scaletta, ricerche su eventuali gruppi sconosciuti da studiare nei mesi precedenti al concerto.

Lei verifica tutti i dispositivi, cibi e eventuali liquidi (spacciati orrendamente per acqua dei bambini per impietosire il personale addetto al controllo), tira fuori la collezione di tappi da nascondere, cerca giochi per passare il tempo, che possono avere accesso all’area.

Detto ciò… ridiamo e scherziamo sul contorno ad un concerto …ma sarà in realtà quello che ci mancherà da morire quest’anno : l’attesa del giorno, il conto alla rovescia dei ragazzi alla mattina appena svegli, le andate in macchina felici e cantanti, i ritorni con il sottoscritto a stropicciarsi gli occhi mentre tutti inevitabilmente sonnecchiano, le giornate tra amici, attendendo un grande rito collettivo, le prime note sparate che ti picchiano dritte nello stomaco, lo staccare per  ore il cervello da qualsiasi cosa… Un puro godimento, un’energia che ti fa sentire tremendamente vivo, tremendamente felice, tremendamente in sintonia con il mondo… circondato da tantissime persone che, almeno in quelle ore, provano i tuoi identici sentimenti.

Some Kind of Monster

Some Kind of Monster – (Metallica). Are we the people? Some kind of monster, this monster lives. Ehhhh si ragazzi, il mostro è vivo e vegeto, io fino sette anni fa non lo avevo conosciuto, non credevo esistesse, ma dopo l’arrivo di Marco qualcosa è cambiato.

Quando i miei amici me ne parlavano, descrivevano il mostro, i suoi atteggiamenti, i suoi modi, io ridevo e ringraziavo il Signore che a me fosse capitato un essere femminile già diverso in molte cose, ma soprattutto una donna che non soffriva particolarmente il periodo delle sue co… del cicl… delle mestruazioni insomma (vale?)

Come questa canzone non rispetta il miglior momento di una delle mie band preferite, il periodo delle mestruazioni in casa nostra non è sicuramente il momento migliore. Partiamo dalla percezione spazio/tempo del sottoscritto rispetto al periodo del ciclo: quando percepisco che stanno per arrivare mi interrogo sempre su quanti giorni siano passati dall’ultima volta e la mia valutazione oscilla solitamente tra i 10 ed i 12 giorni.

Non evidenziando particolari avvisaglie fisiche (forse un leggero gonfiore degli occhi tipo hangover post rave party), come sempre mi affido alla musica; quando spuntano i Radiohead, o la Dave Matthews Band, o anche Norah Jones è l’inizio della fine, si è nella fase PRE: morale sotto i tacchi, senso di inadeguatezza, voglia di mangiare cose sane perché si vede obesa, tisana subito dopo mangiato con relativa perdita dei sensi sul divano, risvegli notturni frequenti.

Niente in confronto a quando si entra ufficialmente in zona rossa e il mostro si veglia! Sono solo due giorni, ammetto, al terzo già tutto si placa, ma oramai io e i bambini lo sappiamo: parlare con calma, niente gesti sconsiderati e profusione di complimenti su pietanze preparate, su addobbi particolari della casa e della tavola. Nessun commento positivo su di lei, perché la prende malissssssimo.

Si suda freddo, vivendo su filo del rasoio, perché una notizia sbagliata al telegiornale, una dichiarazione indigesta di Andrea Agnelli, una battuta sbagliata da parte nostra potrebbe scatenare l’ira funesta. Sono giorni strani e fuorvianti per noi tre uomini di casa abituati ai suoi sorrisi, i modi divertenti, le canzoni allegre, le coreografie alla Don Lurio. Vabbè, alla fine sono solo 3/4 giorni di paura, che si propongono… ogni 10/12 giorni, si possono sopportare dai!

Il mal di pancia delle femmine

Già che ho citato l’argomento nel pezzo precedente, facciamo fuori subito il tema ciclo.

Qualche anno fa, dandomi un’incoraggiante (almeno credo questo fosse l’intento) pacca sulla spalla, il mio primogenito pronunciò questa frase “mamma non importa se hai urlato per niente (!), non me la prendo, papà mi ha spiegato la storia del mal di pancia delle femmine”. Capito?? Il papà gli ha spiegato… Certo… Chissà in che termini… Al momento pensai che avrei fatto due chiacchiere col Capettini senior quella sera, giusto per approfondire, ma cambiai idea: dopotutto, perché non parlare ai maschi di ciclo e dell’altalena ormonale che colpisce le donne una volta al mese, già in “tenera” età? Chissà, potrebbe essere un modo di tirare su generazioni di uomini non dico empatici, non aspiriamo a tanto, ma quantomeno realmente comprensivi. Forse quando comunicheremo che sono arrivati quei giorni, la smetteranno di sgranare gli occhi, scocciati, come se per noi questo appuntamento mensile fosse un piacere, e dire “Ma non le avevi 10 giorni fa?” O di salutare gli amici post aperitivo dicendo “Vado che mia moglie ha il ciclo”. O ancora, ostentare gentilezze palesemente artefatte.

E’ vero, pensavo di essere nata immune agli sbalzi umorali da mestruazioni (non mesturazioni, ok?). Invece, dopo la nascita del secondogenito, ho cominciato ad avere dei problemi di depressione (prima), seguiti da momenti di isteria (durante). Passo dal “Mio Dioooo come farò ad affrontare la vita? Sono una fallita, cosa ci faccio qui? Ho pure procreato, rovinerò la vita ai miei figli, avrei dovuto restare sola per sempre” al “Brutti maschiacci bifolchi, maledetto il giorno che ti ho incontrato e ho fatto pure due maschi che porteranno avanti la abietta stirpe del cromosoma XY…che tanto noi donne potremmo procreare anche da sole e senza seme se lo volessimo”. La canzone simbolo della mia adolescenza è diventata ora l’inno del ciclo mestruale e passo ore in doccia cantando “, I’m a creep, I’m a weirdo, what the hell am I doing here, I don’t belong here” oppure mi accompagno con la Amy “and now the final frame… love is a losing game”. Sono pochi giorni al mese e capisco che non siano piacevoli per chi mi sta attorno. Ma guardate che non è una passeggiata nemmeno per noi eh! Facile parlare quando sei uomo. Quel simpaticone del Cape, da quando deve confrontarsi coi problemi della SPM, ha inventato il totociclo: mi guarda e cerca di indovinare quanti giorni manchino: “Mamma mia che faccia hai, va che occhi…domani arriva…”. Arriva? Chi?? Babbo Natale? Comunque grazie, belle parole. Epperò ha ragione. Il giorno dopo, a metà pomeriggio, mi telefona e dice “allora? Arrivato?”. “Sihh”, mi limito a rispondere, con tono anemico. “Te l’avevo detto, avevi una faccia ieri… ormai lo capisco al volo, sono un grande”. Io resto in silenzio e penso… Si… Non posso che essere d’accordo. Sei un grande s*****o.

Facciamo un patto. Noi non pretendiamo comprensione e pazienza. E voi, in quei giorni, vi levate dalle balle.

SPM

La situazione del mio genetico disordine mentale, in questo momento è letteralmente degenerata. Le disposizioni che vengono dall’alto sono confuse, l’atteggiamento assunto dalle persone pure (la seconda, ovvia conseguenza della prima). Quindi continuo a chiedermi come devo comportarmi in questa fase 2.. Che ora che pubblico sarà diventata 3. Esco non esco, mi ammalo non mi ammalo, invito non invito…. Non so se sentirmi nel giusto perché cerco di rispettare le regole della nuova vita, se sentirmi idiota perché lo faccio, o se non ho proprio capito una m***a in generale. Saccheggiando di nuovo il nostro amico Zerocalcare, è sempre tutto discrezionale e arbitrario in questo Paese, “non sai mai se quello che stai a fa’ lo potresti fare o no, così devi sta’ sempre in tensione”. E in tensione mi ritrovo a dover parlare dei monelli che pur di farsi il primo selfie del ritorno all’happy hour, si assembrano uno sopra l’altro che nemmeno le mischie del rugby. Non è che ce l’ho proprio con il popolo del mojito, per carità, in generale il mio sentimento di questa finefase2inizio3  è di totale insofferenza nei confronti della gente di ogni tipo. Può darsi che fosse un sentimento gà latente, o che sia una delle conseguenze della clausura pandemica. O più semplicemente è che sto cercando di mettere insieme qualche riga a cavallo tra la settimana della sindrome premsestruale e quella successiva e mi risulta davvero difficile avere dei pensieri positivi sull’umanità (me compresa, sia chiaro). Quindi se qualcosa offenderà qualcuno o se dovessi risultare sociopatica, non è nulla di personale o patologico, vi prego di prendervela coi miei ormoni.

Io non sopporto il popolo della movida già da un pezzo, ma non proprio tutta la categoria. Diciamo più quelli che quando brindano guardano l’obiettivo invece di guardarsi negli occhi, che si vestono tutti uguali e ripetono le stesse frasi imbruttite, e ridono con lo stesso tono e i denti che luccicano. Gli stessi che ora si salutano col gomito, come se facesse figo. Quelli che in fase uno hanno speso due tredicesime per farsi consegnare a casa l’aperitivo tutte le sere e che probabilmente lo hanno bevuto annacquato, ora che hanno finito di immortalare il momento con videochiamate a tutta la rubrica. Quelli che il Negroni non è tale se non lo bevono proprio a quel civico lì. Non so se sia questo il popolo della Movida. Non mi piace fare di tutta l’erba un fascio. Non sopporto, in generale, l’apparenza e il perbenismo. Per questo mi chiedo se quello che dice mio marito, che siamo degli animali sociali, che abbiamo bisogno della convivialità, che nessuno uomo è un’isola,  sia vero o meno. C’è della sostanza negli incontri che tanto bramiamo da settimane? Se ci tieni tanto a rivedere i tuoi amici e passare una serata fuori, non ti puoi accontentare di una birreria all’aperto con uno spazio più consono al momento che stiamo vivendo? Sarà che io sono più per il “con chi” che per il “dove” e “come”. Certo, al di là delle considerazioni personali sul genere però, concordo col mio coniuge sul fatto che demonizzare questo gruppo addossando solo a loro la colpa di rischi di nuovi focolai è un poco eccessivo, se non ridicolo. Per una settimana non hanno fatto altro che passare immagini e notizie di assembramenti nei locali, di sindaci indignati, governatori minacciosi (qualcuno anche oramai poco credibile, visto gli autogol degli ultimi tempi). Personalmente mi sembra che il “gruppo anziani”, con tutto il rispetto, sia stato meno ligio al dovere rispetto ai giovanotti. Sprezzanti del pericolo, credendo forse di avere ogni diritto perché sono ad uno stadio anagrafico avanzato, molti di loro vagano con la mascherina abbassata e si parlano vicino vicino, come se giocassero al telefono senza fili. Io capisco l’acufene, capisco che a una certa età sia difficile affrontare uno stravolgimento come questo, però porca miseria, ma lo sapranno che il virus ha una predilezione per loro? E poi parliamo delle manifestazioni sparse qua e là, tipo il teatrino patetico dei panciotti arancioni, o quello dello srotolamento del tricolore (tricolore su cui qualcuno sputava, fino a qualche anno fa), in cui abbiamo visto gente poco distanziata e smascherata. Però siccome parlare di certi gruppi e affrontare certi argomenti risulta scomodo per tutti lassù, allora usano il solito trucchetto di spostare la nostra attenzione su altro (runner e aperitivisti, in questo caso). Questa volta però noi plebei siamo tutti d’accordo su una cosa e non ci fregano: siamo stati bravi, bravissimi. Abbiamo preso il virus sul serio, siamo stati tutti “tombati dentro casa” e stiamo rispettando le regole anche adesso che usciamo. E’ tutto ciò che mi viene da dire di positivo sul mondo in questo momento.

Per il resto, partendo dall’inizio, penso che i flash mob siano stati delle pagliacciate, così come gli spot strappalacrime dei supermercati e dei prodotti italiani o i mille video che giravano sulla nostra bella Italia, i nostri impareggiabili monumenti, i nostri mari cristallini. Perché questo non esisteva prima? Ho ricevuto immagini e filmati del genere da persone che fino a ieri non sarebbero mai andate(né andranno)  in vacanza al di sotto della Toscana e che cantavano Va’ pensiero come inno “personale” (povero Verdi). Non credo che siamo diventati meno litigiosi e meno egoisti; non credo che siamo diventati consapevoli consumatori e meno consumisti; o che avremo più rispetto per l’ambiente (ora sui marciapiedi svolazzano guanti e mascherine, al posto di sacchetti di patatine); o che siamo diventati più sensibili a quello che succede fuori dalle mura di casa. Mi pongo molte domande sul futuro dei miei figli… Se non siamo diventati tutti uguali nemmeno davanti a una pandemia che ha fermato il mondo, che speranze ci sono per il fantomatico “domani”? Mollo un attimo… Gli ormoni stanno avendo il sopravvento… Meglio rimandare la conclusione…

Stasera Matteo fa tardi, lo sto aspettando in compagnia di uno Chardonnay, fruttato al punto giusto da addolcirmi un po’… E poi il destino, sotto forma di musica random, mi ha regalato questa canzone che mi sta facendo pensare che forse vale la pena crederci. O forse, semplicemente, è arrivata la fine del ciclo.

(“…believe, believe in me… Believe that life can change, that you’re not stuck in vain, we’re not the same, we’re different, tonight…”)