La Movida e i Movida

Movida – “Anni luce”…. Eh sì, anni luce sembrano passati da quando mio nonno e mio papà avevano i loro bar a San Vittùr (San Vittore Olona, provincia di Milano, non il carcere, spiritosoni) dove andavano a bere il bianchino e giocare a carte. Immaginate niente di più “statico”? Un vecchio bar fumoso, gente incollata alla sedia a tirare violentemente carte su tavolo (e tirare altro qui non riportabile). Ora non esiste più “il bar”, non esistono più il bianchino e lo “sprusà”… Perché ora…C’è… la “MOVIDAAA”, termine spagnolo (incredibile, non inglese?) che tradotto letteralmente significa “mossa”; esattamente il contrario della  staticità pocanzi citata. Innanzitutto, abbiamo una stupenda lingua di un miliardo di vocaboli, possibile che dobbiamo saccheggiare altri idiomi per tutto? Qui si che è il caso di puntualizzare: “PRIMA LA LINGUA ITALIANA!”: no agli esterofili del vocabolario! Comunque tornando alla MOVIDA, si capisce chiaramente che questo siamo oramai: un popolo continuamente tormentato ed in movimento, che si agita, che deve vedere altra gente, deve incontrarsi, parlare (?), sfoggiare… ma mi sembra, per usare un latinismo caro all’indimenticato Professor Scoglio, che ci muoviamo un po’ “ad minchiam” ultimamente!

C’era da aspettarselo che i media, archiviata la caccia al runner untore, (runner eh, corridore o podista non fa figo, non vale nemmeno più dire “fare jogging”), si scagliassero ferocemente sullo “Spritz addicted” (addicted): gli avevano chiuso tutto per settimane, niente più prosecchINO, niente più mocassINO, niente più cenINO, niente più discotechINA (che poi è tutto INO e non ho mai capito perché). Oh, una seratINA movida, in tempi non-Covid, costava come otto weekend al tempo della lira e poco importa se poi non hai  i soldi per cose marginali tipo il mutuo, pagare la bolletta del gas o la spesa, esistono della priorità per far parte del branco, fffiga! Ad ogni modo, per l’addicted untore da qualche settimana l’incubo é finito! E allora dai, fatelo correre in centro, che indossi la camiciola, che incontri gli amici e avanti con la “mossa” spagnoleggiante. Poi, tra un Negroni di troppo che appanna le menti, il fatto che ogni città ha i suoi sacri posti dove rilassarsi dopo il lavoro, altrimenti non fai più parte della “Milano da bere”… Ecco, la situazione sta finendo a schifo, per usare un efficace termine italianissimo.

Media, sindaci, governatori e governanti, eddai, non demonizziamo la voglia della gente di uscire e trovarsi. La verità, scremando il tutto da facili ironie, credo sia una: si può chiamare “movida”, si può chiamare bar, si può chiamare in altri modi ma l’uomo per sua natura è portato alla socializzazione, che può avvenire in diversi modi, con i tempi e le modalità che vogliamo; ma il tavolo, con le sue sedie attorno, continua a risultare la più potente delle piattaforme social. La convivialità e la voglia di stare insieme sono concetti fondamentali a cui si fa fatica a rinunciare. Perché siamo animali che hanno bisogno di comunicare, di vivere di affetti e di esternarli. In una società che ci spinge sempre di più all’individualismo, i nostri momenti brutti vanno curati: a volte con un buon libro, a volta emozionandosi con un film, a volte ascoltando una bella canzone, ma spesso un periodo difficile può essere sconfitto da una risata con gli amici, da una tavola imbandita, davanti a del buon vino. Quindi stiamo insieme, ma da questa situazione pandemica, impariamo a riappropriarci di tempo e modi che non siano finalizzati sempre al puro consumismo. Proviamo a rigustarci il singolo momento: la battuta di un amico, il sorriso di un estraneo, la gentilezza elargita al prossimo. E questo si può fare anche a distanza, dietro a una mascherina, se ci tieni davvero.

Facciamo sì che la nostra movida sia un movimento di sentimenti più che di apparenza, di gioia di vivere più che di mero consumismo.

L’euforia e l’entusiasmo di questi strambi tempi credo che abbiano portato a commettere qualche errore e forse è mancato anche un po’ l’aiuto di chi ci amministra, sta a loro saper indirizzare il buon senso e la compostezza che comunque abbiamo dimostrato di avere, senza demonizzare eccessivamente una “categoria” … per poi additarla a responsabile di un eventuale peggioramento futuro, tra l’altro!!

Vabbeh, mi sono fatto troppo serio, meglio che la chiudo qui; godetevi sta canzone di quando ero un brufoloso metallaro convinto che non faceva ancora aperitivINI, ditemi cosa ne pensate, aspetto una vostra “call” per avere un “feedback” ed eventualmente fare un “planning” per i “next step”.

Stà sü de doss

Don’t Stand So Close To Me – Police “non starmi così appiccicato”, insomma come direbbero a Milano “sta sü de doss” !!! Canzone simbolo e del momento, e delle nostre vacanze, che ahimè stiamo per annullare, per ovvie ragioni di natura…. Virale.

Fosse per noi i villaggi vacanza non esisterebbero! Sono posti infestati da animazione in ogni dove, con persone pronte a studiare tutta la settimana per la recita di fine settimana, di papà pronti a vestirsi da donna, di giochi aperitivo (per me l’aperitivo è già un bellissimo gioco di suo) e di karaoke di canzoni che si cantano solo ai matrimoni (miiiii.. cherridere come direbbe l’amico Max Pisu) .

Brulica inoltre di un’altra forma pericolosissima di individui: quelli che devono fare amicizia in vacanza. Ora io sono l’uomo più di compagnia del mondo e Chiara non è da meno; siamo sempre ben disposti verso il prossimo, sempre gentili, accomodanti e sempre con una battuta di spirito e un sorriso per tutti. MA IN VACANZA TUTTO SI DEVE FERMARE LI’! Sempre quello che si vuole vestire da donna, ti chiede se vuoi fare l’escursione con lui, ti viene a salutare sotto l’ombrellone, ti chiede se vuoi giocare a beach volley alle 14 sotto il sole cocente, ti invia l’animatore per convincerti a fare il tiro alla fune prima di pranzo (potrei uccidere per molto meno).

Ecco, insomma: I Capettini in vacanza sono degli orsi di prima categoria ed è per questo che oramai da qualche anno prediligiamo la vacanza in appartamento: ci evita di condividere gli stessi spazi con i malintenzionati e di gestire al meglio orari, spostamenti… insomma, fare un po’ quello che ci pare.

Nel mio caso anche di farmi tantissimo male, inseguendo vanamente la solita ambita forma fisica (non ho assolutamente idea di quale possa essere, ma io mi ostino ad inseguirla a prescindere); questo implica levate mattutine “da panettiere” per andare a correre. Correre è una cosa che odio profondamente, ma è anche la forma di movimento fisico che causa il più grande dispendio di energia. Oddio, conoscevo un altro modo, ma dopo 14 anni di matrimonio e due figli è più facile andare a correre! Devo dire che saltellare in riva al mare è più motivante che correre nella periferia della pianura padana e comunque quando rientri sei così sfiancato che non hai neanche la forza di mangiare più di tanto per colazione. Ecco, la colazione, l’unica cosa che veramente manca a Chiara dei villaggi organizzati, quella colazione dove parte dal dolce, per passare alla frutta e finire, un’ora dopo, col salato. Io e i bambini attendiamo pazienti che lei, con la flemma dei giusti che deve avere un cristiano in vacanza, divori tutto quello che trova a disposizione.  Ah ma poi non pranza eh!

Complice le mie levate atletiche e la sua cronica insonnia, costringiamo costantemente i figli a sveglie degne di una caserma militare (in realtà si svegliano spesso da soli); comunque i piccini incassano sempre senza troppo protestare perché come noi amano arrivare molto preso al mare.

Il nostro arrivo in spiaggia prestissimo (tra le 9 e le 9:30) è visto dagli ancora più mattinieri di noi come la calata deli Unni: arriviamo con andamento ciondolante, vocianti e carichi del pesante fardello che ci permetterà di stare in spiaggia fino a sera; io anche un filo sudaticcio perché per fare l’uomo della denim “che non deve chiedere mai” mi carico come una bestia da soma, cuccandomi anche gli improperi mogliferi, che pretende emancipazione anche nel trasporto merci. Ci posizioniamo, nonostante l’ampia metratura disponibile, sempre nel mezzo, non troppo lontano dal bagnasciuga per evitare ustioni di terzo grado ai piedi, né troppo lontano dalle retrovie dove partono i nostri indiavolati tornei di calcio e di bocce.

E qui parte il montaggio gazebo: ogni componente della famiglia in posizione, ai 4 angoli: 1,2,3 tirare all’unisono, agganciare, alzare. In pochi secondi il nostro personalissimo spazio è posizionato con doppia importantissima funzionalità: stare belli stravaccati tutti all’ombra senza improvvisare tetris umani durante le ore più calde e tenere distanziati possibili scocciatori! 

Ora, pur sapendo che un giorno mi mancheranno questi momenti, qui inizia il delirio quotidiano scandito con metodica precisione dai figli: bocce (ne vale la pena solo per osservare Chiara che prima di lanciare, si esibisce in interessanti coreografie degne di Iapino, perché dice che il tiro poi viene meglio) bagni (lei sta a riva col libro), palla, racchettoni, aquilone, pranzo,  riposo, o presunto tale, durante le ore bollenti… poi via di nuovo a programma sparso o invertito. Mai abbronzato così tanto come da quando devo stare dietro ai figli in spiaggia, mai neanche avuto troppo il tempo di annoiarmi eh.. Ma un riposino vero? Un po’ di musica sparata nelle orecchie mentre si guarda il mare, anche se sono passate le 16? Io mi sono alzato presto a fare il pane!  Ok , non è vero, sono andato ad inseguire effimeri sogni di una pancia piatta che mai avrò, ma vorrei ogni tanto abbioccarmi per più di 30 minuti con Serj Tankian ed Axl Roses che mi urlano nelle orecchie, o con un libro spiaccicato sul naso mentre russo!

Per pranzi, merende ed eventualmente aperitivi sulla spiaggia siamo organizzatissimi, non per vantarci ma risultiamo la famiglia Lombarda doc più decorata nel sud Italia. Un giorno nel Salento un signore mi ha avvicinato chiedendoci la provenienza, dopodiché fissandomi dritto negli occhi mi ha detto :”e sti*@#+i, poi avete il coraggio di fare le battute su noi del sud!” … GRAZIEGRAZIE, siamo commossi! Cmq noi ci sentiamo molto del sud inside!

Il ritorno in appartamento a fine giornata, con la pelle cotta dal sole, magari costeggiando il mare su una strada panoramica (il Cilento ci ha rapito il cuore da questo punto di vista), ascoltando e cantando insieme della buona musica, risulta essere la parte più bella della giornata… la più intima. Poi ci si butta sul balcone o il portico della nostra casa (eh si, perché per il figlio piccolo, dopo 5 minuti di perlustrazione e presa di possesso, quella diventa ufficialmente la “nostra” casa) ci si beve un buon aperitivo (ecchecavolo, ho corso stamattina, datemi kcal che giustifichino lo sbattimento), godiamo del tramonto con il sole che si tuffa nel mare, ma chi ci ammazza a noi? Non dobbiamo neanche correre per andare a cena prima che chiuda il ristorante del villaggio!

Il pergolato

Qualche settimana fa abbiamo rivisto BENVENUTI AL SUD ed è stata una tragedia. Ad agosto avremmo dovuto tornare proprio lì, nel nostro adorato Cilento. E invece…. “Quando vai al sud piangi due volte, quando arrivi e quanto parti” si dice nel film… e a questo punto aggiungerei anche “e quando devi annullare”.

Sosta di un paio di giorni sul lago di Bracciano, annullata. Visita della Reggia di Caserta con pernottamento, annullata. Gita a Pompei, annullata. Mare a Santa Maria di Castellabate, annullata. Proprio quest’anno che mi sono lasciata convincere a prenotare le vacanze praticamente il giorno dei morti. Eh si, ci piace portarci avanti. Papà ci tiene particolarmente ad anticipare i tempi…

Succede che sono in doccia in compagnia di Paolo Nutini e cerco di togliere con uno scrub non troppo delicato i resti della tintarella di appena tre mesi prima e mio marito entra in bagno dicendo “stasera ci mettiamo al PC e prenotiamo le vacanze!”. Se non fosse per il fatto che non possiamo permettercelo, penserei che sta parlando della settimana bianca! E invece no, si riferisce proprio alle vacanze del prossimo agosto! Io, fino a qualche anno fa, mi rifiutavo di farlo almeno fino a primavera, però mi sono resa conto che effettivamente, avendo spesso la possibilità di cancellare gratuitamente la prenotazione, forse non ha tutti i torti a volersi muovere così in anticipo: c’è una vastissima scelta a prezzi abbordabili. Non nascondo che, quando clicco su Prenota e ancora non è arrivato Natale, mi viene un po’ di angoscia, ma poi vengo tranquillizzata dalle amiche che invidiano questo spirito organizzativo di mio marito, mentre il loro, a maggio, ancora non ha chiesto in ufficio quando potrà andare in vacanza.

Vabbè, ad ogni modo, dopo aver sbattuto diverse volte la testa contro il box doccia, faccio un bel respiro, mi metto l’accappatoio, abbasso la musica, placo l’ugola e rispondo “BENE! DOVE SI VA?”. A quel punto inizia la ricerca. Ipotizziamo luoghi (tendenzialmente verso il nostro amato sud), verifichiamo distanze chilometriche, individuiamo regione e provincia e poi parte lo “smanettaggio” su booking, che ormai ci conosce da un decennio e ci propone i filtri in automatico.  Dopo 10 minuti lui ne ha visti due e mi dice: “FANTASTICI, è deciso; uno di questi due”. Io non spreco molte parole e fissando lo schermo rispondo “NO”. Risposta breve, ma perentoria. Visto che siamo abbastanza in anticipo, possiamo almeno darci qualche giorno per guardare meglio e ponderare la scelta? Comunque, giorno più giorno meno, all’Immacolata l’argomento vacanze estive è sistemato.

Agosto arriva, ed è ora di organizzarsi per la partenza. Io cerco spiagge da esplorare e località da visitare e il Capettini studia i relativi percorsi, con tanto di verifica di parcheggio nelle zone prescelte (non siamo da bagno organizzato. Intanto che siamo giovani, preferiamo esplorare una spiaggia ogni giorno). Una volta organizzati i percorsi, passiamo ai bagagli, onere di mia competenza. Siamo diventati davvero bravissimi a ridurre il trasloco estivo al minimo indispensabile: dopotutto, stiamo andando al MARE, cosa caspita ci si dovrà mai portare dietro in una vacanza le cui parole d’ordine dovrebbero essere RELAX e FAMIGLIA?!? In una valigia di medie dimensioni ci faccio stare i vestiti di tutti, compresa la biancheria da bagno, giusto un minimo, visto che solitamente è compresa. Poi preparo borsone per la spiaggia, con relativo mini beauty dei solari (TRANNE LA PROTEZIONE PER LE LABBRA super fichissima da mille dollari; quella se la cuce addosso Matteo perché la applica scrupolosamente ogni mezz’ora, da aprile a ottobre, da quando 15 anni fa a Maiorca gli venne un herpes che gli copriva mezza faccia e guarì solo dopo un mese. Noi ormai lo chiamiamo LABELLOSAN, perché spalma lo stick, come KarateKid dà la cera). I figli si porteranno uno zainetto con giochi, musica e libri. In un piccolo trolley, diviso in due scomparti, ci infiliamo calzature a destra e beauty a sinistra. Fine. Ringrazio pubblicamente mio marito per avere negli anni ridotto il numero di magliette a 7 per 14 giorni, invece di 15. La cosa però davvero fondamentale per noi, quella a cui mai rinunceremmo quando andiamo al mare, è il nostro adorato GAZEBO 3X3 AD APERTURA RAPIDA, che ci rende i re della spiaggia libera in 10 minuti al massimo. Fino a 15 anni fa per me non esisteva altro che la spiaggia attrezzata; ora il pensiero di avere sdraiati accanto a me degli sconosciuti, a due metri di distanza, mi mette l’ansia! Magari poi sta gente dopo qualche giorno vuole pure interagire! Per carità!! Lo scorso anno ci siamo concessi il bagno attrezzato il primo giorno di vacanza, in prima fila… Marco si è messo sul lettino e ha giocato un’ora con il parasole della sdraio, entusiasta, come se fosse l’invenzione del secolo, povero piccolo Amish. Riccardo dopo due ore ci pregava di andarcene e montare il nostro pergolato! Era infastidito dai bimbi dell’ombrellone accanto che si erano appiccicati a lui e al fratello, mentre facevano una partita a carte, tanto che quando i due piccoli sconosciuti hanno chiesto di unirsi al gioco, il mio primogenito ha risposto “mi spiace bambino, era l’ultima partita”. La risposta mi ha davvero inorgoglita e alle 9 del mattino seguente, la veranda era montata nella spiaggia libera, sotto gli occhi sempre attoniti degli altri bagnanti. Al mattino quando arriviamo, al mio grido “ognuno prenda il suo angolo” (il gazebo si apre in un attimo, se ognuno di noi tira il suo “palo”, un po’ la metafora della nostra vita familiare), tutti i presenti fingono di passeggiare per assistere alle operazioni di apertura e fissaggio. Una volta installato, nessuno osa piantare il suo ombrellone o stendere il suo telo a meno di 3 o 4 metri e noi restiamo sereni nella nostra pseudo solitudine. Forse siamo un poco orsi e antipatici, ma lasciateci in pace almeno in vacanza! Per i sorrisi di circostanza e i convenevoli, c’è tutto dell’anno!

La giornata al mare, in qualsiasi spiaggia ci si fermi, trascorre più o meno sempre allo stesso modo. Si va in spiaggia presto con tutto ciò che occorre per tirar sera: borsa frigo con pranzo serio (e quando dico serio intendo che è stato approvato dalla mia cara amica calabrese), tanta frutta, birrette ed eventuale boccia di vino qualora decidessimo di fermarci a cena, vettovaglie e sacchetti per la spazzatura. Passeggiamo, giochiamo a calcio (più loro che sono maschi, lasciatemi le caviglie…e i miei libri ehehe); si nuota, si fa snorkeling, facciamo scherzetti ai bagnanti (questo io, metto finti ragni in riva al mare e guardo la gente che si spaventa: esilarante; mio marito mi sta lontano fingendo di non conoscermi). Dopo pranzo, due passi per il caffè, poi sempre un paio d’ore (scarse) obbligatorie all’ombra: riposo, pennichella, lettura, enigmistica, musica… per finire con sculture di sabbia e di nuovo il resto. Nel tardo pomeriggio si raccatta tutto e si torna alla base. Io mi doccio per prima, così preparo aperitivo e cena mentre si lavano loro. Qualche volta si esce anche, adoriamo le sagre di paese, dove siamo sempre i primi ad arrivare (avevate dubbi?) altrimenti… Sapete la coda che si forma in quei posti dal cibo meraviglioso!

Diciamolo: grazie a mio marito che ha la mania di prenotare presto, riusciamo sempre a trovare appartamenti alla nostra portata, con giardino e vista mare da goderci tutte le sere e nessuno ha mai voglia di mettersi in ghingheri per fare chissà che (non posso credere che non vedrò quei tramonti sul Golfo di Salerno che tanto mi hanno commossa due anni fa. Acciaroli, aspettaci!). Quando ci ricapita, durante l’anno, di poter passare serate in pareo a giocare, chiacchierare e cantare, noi quattro, senza pensare a nulla? So che insieme staremmo bene anche in un villaggio, serviti e riveriti (soprattutto io per la colazione), però intanto questo è il nostro ideale di vacanza, famiglia e libertà. E quindi, a cosa mi servono i vestiti da sera? L’importante è avere la protezione per le labbra! THE SUN AND THE SAND AND A DRINK IN MY HAND WITH NO BOTTOM… NO SHOES, NO SHIRTS AND NO PROBLEMS… ALMENO IN VACANZA!!

Kamchatka

Mi sono chiesta se non fosse sfacciato nei confronti di chi ha sofferto, e tuttora soffre, ironizzare in un momento come questo e raccontare quanto il lockdown sia stato per noi un momento di vita familiare quasi idilliaco. No… “Onorare la vita” trasformando un problema in un’opportunità, senza lamentarsi, senza mai dimenticare il dolore di migliaia di persone, godendo di tutto ciò che di positivo questo triste momento ha voluto donarci, non è irrispettoso, semmai lo è recitare “L’eterno riposo” in tv prendendo in giro i morti, i vivi e i santi; o chiedere di riaprire tutto, ancora in piena emergenza, in nome dei defunti bergamaschi; o pavoneggiarsi tutti assembrati, per aver aperto una specie di ospedale con una manciata di letti, che già sta per chiudere. Ok, senso di colpa cancellato. Non ci è voluto molto. Come non c’è voluto molto, due mesi fa, per smettere di guardare la tv, col suo palinsesto di ripugnante intrattenimento e servizi del telegiornale sempre tutti uguali e terrificanti. 10 minuti di notizie delle 20 per capire come avremmo dovuto procedere per lavoro/spostamenti e poi OFF. Solo film, documentari o serie tv (santo Prime Video), fatta eccezione per PropagadaLive il venerdì sera. Daje!

Partendo dall’inizio… Una domenica sera, durante quei 10 minuti di tiggì, la notizia più attesa è arrivata, quella in cui “Giuseppi” ha annunciato che stavamo proprio a cocci (per citare un nostro adorato amico di Rebibbia) ed era assolutamente necessario chiudere tutto, salvo le attività essenziali. “Beh, cosa c’è di più essenziale dei tessuti a maglia, dai!” pensai per un attimo, illudendomi che non avrei avuto a casa mio marito tutto il giorno, fino a data da destinarsi.. Ma l’illusione è durata pochi secondi e quando ho sentito la sua voce dire “BAMBINI, DA DOMANI PAPA’ E’ A CASA CON VOI”, ho realizzato cosa stava per accadere: mentre guardavo i piccoli abbracciare papino, ho cercato di mettere su un sorriso credibile, ma la goccia di sudore sulla fronte mi tradiva. Nella mia testa scorrevano preoccupanti immagini di vario tipo: trapano, avvitatore, motosega, martello, prolunghe, stucco, carta vetrata, secchi di vernice, rulli, vasi, terriccio,… e ancora panca per addominali, step, tappetino… carbonella, Weber, punta di petto, spiedo. AIUTO. Si, la paura si è sciolta appena il piccolo mi ha coinvolta nel loro abbraccio maschile, ma ho comunque messo subito in chiaro le cose: “amore, sappi che io di pomeriggio lavoro e al mattino devo assolutamente occuparmi della didattica dei figli”; questo era il compromesso: ristruttura casa quanto vuoi, ma lasciaci il briciolo di organizzazione scuola-lavoro che ci eravamo costruiti a fatica nelle due settimane precedenti, con tanto di campanella del forno a comunicare l’ora dell’intervallo e la fine delle lezioni casalinghe.

In realtà, la convivenza h24 è andata a meraviglia. E forse non ho mai avuto dubbi su questo.

La mattina facevo la maestra, grande sogno irrealizzato della mia vita. Nel frattempo lui procedeva, con orgoglio, giorno dopo giorno, al completamento dei lavori messi in lista. Non prima di avere annunciato le previsioni del tempo! E sti cazzi? Non siamo in procinto di organizzare una scampagnata al lago, né di farci una gita a Gardaland. Comunque, ognuno ha le sue passioni… e Giugliacci a parte, ha eseguito tutto con grande discrezione, come non averlo, se non teniamo conto della mattina in cui ha smontato la portafinestra della cucina sbattendo una parte del serramento sul tavolo, dove stavo spiegando a Marco l’uso della H. Alla fine però, quell’ inconveniente che ha tanto impaurito il figlio, mi è servito per fargli capire che tutte le volt che farà un uso improprio della lettera muta, gli farò provare lo stesso spavento! A mezzogiorno in punto, riappariva il primogenito dalla mattinata di videolezioni, io preparavo il pranzo per i ragazzi, mentre papà pensava a farsi i muscoli al piano di sotto. Poi io attaccavo il pc per lavoro e lui prendeva in consegna la prole, fino all’ora dell’aperitivo, che visto l’assenza di impegni esterni, era sempre anticipato alle 18 (orario in cui, inizialmente, abbassavo la tapparella per non rischiare di assistere ai penosi flash mob, una delle cose più penose della Quarantena, farisei!). In attesa della cena, prosecchino e gioco in scatola tutti insieme, su cui vorrei stendere un velo pietoso, per l’accanimento del primogenito e suo padre. Lo faccio per loro. Dico solo che qualcuno ha persino scalfito un dado…Uh, a proposito di giochi, una delle emozioni più forti l’ho provata quando ho tirato fuori dal ripostiglio, dopo anni, il mio Risiko, commissionato a Babbo Natale all’età di 8 anni, una delle rare cose della mia “vita passata” conservata perfettamente (sono una che ha più cura delle persone, che delle cose). Sono riuscita persino a ritrovare un po’ di quello spirito competitivo, assopito dalla mia ultima partita di pallavolo intorno all’estate del 2000. Dovremmo giocarci di più. Forgia il carattere. E vinco spesso.

Se il Cape allenava il fisico, io una volta a settimana tenevo allenata la mente, facendo uno sforzo incredibile per ricordarmi tutte le corsie del supermercato e l’ubicazione dei prodotti, in modo da poter stilare una lista divisa per corsia, con tanto di titoli in colore diverso e numeri, ad indicare l’ordine da seguire. Lista precisa=poche telefonate. Poi arrivava comunque a casa col doppio della roba e con uno scontrino con cui il cagnolino della carta igienica si sarebbe divertito parecchio!

Scuola, lavori casalinghi, giochi, tv, spesa… E… insonnia. Ecco un altro simbolo della clausura. Occhi spalancati fino alle 2 di notte, fortunatamente in compagnia del marito, che si riaprivano immancabilmente non più tardi delle 7 del mattino. Ma l’ora di solitudine mattutina, non la baratterei mai con una in più in più di sonno; è l’unica, in questo momento, che posso passare in silenzio e sola, col mio caffelatte, il libro e l’amico merlo che quotidianamente viene a dare una mano al cane a finire i croccantini.

Adesso papino è tornato al lavoro e non avrei mai pensato che mi sarebbe mancato così: a mezzogiorno il letto è ancora da fare e nessuno mi porta il caffè alle 15 mentre lavoro. Per la moka nessun problema, ho risolto insegnando al grande a prepararla; il letto, in qualche modo, vedo di farlo io tra una mail e una tabellina, anche se spesso si offre il piccolo: “mamma ti faccio una sorpresa”. E chi sono io per impedirglielo, anche se la coperta resta un po’ sbilenca?

Non senza qualche squilibrio emotivo, siamo sopravvissuti e ringrazio Matteo per avermi sopportata e supportata. A dire il vero, io sto bene in questa condizione e farò fatica a staccarmene. Ho un tremendo bisogno di stringere i miei cari, quelli vicini vicini e quelli bergamaschi, che grazie a Dio sono vivi e vegeti e non devono rivoltarsi nella tomba per le preghiere citate in precedenza; ma nonostante questa necessità di abbracciare, il pensiero di uscire e riprendere la vita di prima, mi spaventa, non tanto per il timore di buscarmi il virus, quanto per il fatto che non ho nessuna voglia di essere travolta dallo tsunami di gente che proporrà iniziative di incontro, brindisi di ricongiungimento, eventi per rendere memorabile il ritorno alla normalità. L’isolamento è stato per me, quello che gli acidi furono per Jim Morrison, mi ha aperto le porte della percezione, ho realizzato chi sono le persone per cui apparecchierei la mia tavola e quelle con cui un brindisi in birreria basta e avanza. Comunque vada, affronterò la fase 3 con le forze raccolte in quelle precedenti. E se mi sentirò minacciata, o se qualcuno oserà dirmi che mi trova ingrassata, potrò sempre aprire la scatola di Risiko, prendere i miei carri armati lilla e attaccare tutti con tre armate. Fatevi sotto. Io non ho paura.

Keep yourself alive

Keep yourself alive – Queen. “Of all the troubles in my way, Mind you grow a little wiser”, il buon Brian May quando scrisse questa canzone, che uscì pochi giorni prima della mia venuta al mondo, era avanti anni luce! Oddio, lo è in senso assoluto.

La frase citata ti dice che tutti gli ostacoli incontrati sulla strada ti portano a crescere ed essere più saggio e lo spero bene, perché a volte riscontro maggior saggezza ed equilibrio nei miei pargoli.

Quando abbiamo pensato a questo blog, il Covid-19 appariva una lontana sfiga orientaleggiante; la seguivamo con distratto interesse ascoltando il buon Giorgino, ma mai avremmo pensato che avrebbe trovato spazio tra i nostri argomenti.

Poi a fine febbraio, di colpo, ci siamo svegliati in piena emergenza e siamo rimasti lì, con quella faccia basita di quando, zappingando, per caso vediamo Giletti dire ovvietà che manco mia nonna quando parla del tempo e con l’espressione pensierosa, ma vuota, che avevo io durante il compito in classe di matematica.

Ricordo come se fosse ieri il mio ritorno a casa dalla palestra il giorno sabato 29 febbraio. Mi sono rivolto a Chiara con tono sbeffeggiante del rimbambito che non aveva inteso ancora bene le proporzioni della cosa: “La palestra era deserta! Ma la gente è impazzita? Un’influenza e si chiudono tutti in casa?”

Inutile dire che Nostradamus mi stava già metaforicamente sputando in un occhio e da lì in avanti ho percorso tutte le tappe dell’italiano medio oscillando tra il cieco ottimismo ed il più funereo presagio da film post apocalittico… Dal “ci stiamo preoccupando troppo, siamo italiani! Se non ci ha ucciso la sconfitta ai rigori con il Brasile del mondiale del 1994 come può  farlo un virus di importazione?”,  al “moriremo tutti, siamo spacciati… vado a dare l’ultimo bacio a miei figli, chiamo tutta la rubrica del telefono dispensando solo amore e buoni sentimenti

All’inizio di marzo, soprattutto negli ambienti lavorativi, si captava un’ansia crescente: “ci salutiamo da qui? 7 metri di distanza sono sufficienti? Ti lancio la bolla, l’ho fatta su ad areoplanino per comodità… Rispondi tu al telefono? Devo andare in bagno a lavarmi le mani, non lo faccio oramai da 12 minuti…”

Finché la sera del 21 Marzo il buon Peppe Nazionale prendeva i microfoni e ci comunicava: “Chiudiamo tutte le attività produttive non essenziali”… Oh cazzo Giuseppe, ma sei sicuro? Cioè, già il tessile è ridotto una fetecchia da un po’ di tempo, in più mi fai chiudere nell’unico momento in cui ci sta un poco di trabajo?? Disorientato, mi rendo conto che se una Nazione che già si tiene insieme con un po’ di vinavil e due sputi (e vedendo quanti ponti crollano, non è che ci riesca benissimo), decide di prendere una decisione simile, c’è da preoccuparsi davvero.

In casa la notizia viene accolta con stati d’animo da decifrare: i figli accennano un trenino in stile capodanno felici e sorridenti; Chiara ha un’ interpretabile espressione; fingo orrendamente di scorgere felicità nei suoi occhi per il fatto di godersi la mia compagnia per un po’, ma vedo del turbamento dietro quel sorriso tirato. Sa che, in pieno stile “verdoniano”, sto per trasformarmi in FURIO e, infatti, nella mia testa ho già pianificato tutte le giornate delle ferie forzate:

  1. Trasformazione del piano inferiore da zona salotto a palestra modulabile per attività fisica, minimo un’ora al giorno.
  2. Lista lavori riservati solitamente al periodo delle vacanze estive, riorganizzazione spazi, più imbiancaggi piccole zone
  3. Piano di battaglia per spesa, con studio della lista e soprattutto attenta riflessione sulla scelta di giorno e orario migliore per evitare code degne dell’Oblivion.
  4. Calendarizzazione di 72 grigliate di varia natura.
  5. Recupero di circa 41619844364 ore di sonno arretrato, figlie di anni con al fianco una moglie insonne e figli piuttosto mattinieri.

Partiamo dal fondo: sonno. Sono stato un campione! Pur andando a letto ad orari che non facevo più da quando ero un giovane avvezzo alla vita notturna, riuscivo sempre a dormire fino alle 09,30/10 in barba alla luce che filtrava dalla finestra. Voto 9

Attività fisica: svolta rigorosamente in orario di pranzo altrui, così da evitare la tentazione di ingerire cibi solidi. Nonostante la costanza, 6 giorni su 7, e finendo sempre sudato da far schifo, il decadimento fisico non è stato contenuto. Sufficienza per l’impegno, insufficienza per il risultato. Media: 6

Lavori casalinghi: un trionfo! Ho praticamente rimesso a nuovo casa, con mia somma soddisfazione. Un po’ meno soddisfatta lei, che si è vista smontare serramenti ad un metro di distanza dove cercava di fare concentrare il piccolo sui compiti, oppure si trovava all’improvviso locali interdetti causa vernice fresca. Voto 8 (potevo fare di meglio, ma ho anche preservato i rapporti coniugali).

Supermercato: qui ho dato il meglio di me! Bardato come Dustin Hoffman in “Virus Letale” (che orrore i film catastrofici) mi recavo in loco sempre intorno alle 13.30, orario perfetto perché la gente era ancora in pausa pranzo; tra l’altro, essendo ancora un po’ sudaticcio per via dell’ attività fisica, mi riconoscevano tutti un distanziamento sociale di 8 metri. Ero munito di lista stilata dalla moglie, rigorosamente per corsia (con tanto di “titoli” in colore differente) e relative precise quantità. Lista alla quale facevo aggiunte personali a seconda della fame e delle voglie del momento, a cazzo, non valutando assolutamente i costi. Il tutto si materializzava in scontrini chilometrici con importi sanguinolenti; lo ammetto: la nostra economia domestica non reggerebbe l’urto di un mio costante impegno all’approvvigionamento dei beni di “prima” necessità (dove con PRIMA necessità intendo, per esempio, la carbonella, per me essenziale più del pane – ma magari l’argomento spesa lo affronteremo in un capitolo a parte-). Voto 7 per l’organizzazione, 4 per gli importi spesi. Media: male, male.

La verità è che mi sono impegnato in tutto questo, per chiamarmi fuori dalla gestione didattica dei figli nella mattinata/primo pomeriggio; secondo me i genitori che se ne occupano meriterebbero una medaglia al valore civile! Orari, appuntamenti, compiti da scaricare, esercizi, scansioni, stampe, email, zoom, meet, videochiamate, lavoretti, progetti, iniziative… oooooooooouuuu, qui ci vorrebbe una segretaria per non perdersi qualcosa per strada!

Il pomeriggio, mentre Chiara lavorava smart, lo dedicavo prima alla rifinitura dei compiti (del piccolo ovviamente, fino alla seconda elementare ci arrivo anche con la matematica, dall’anno prossimo so’ cazzi, speriamo nel vaccino) e poi minitorneo di calcio, io e ottenne contro dodicenne da solo.

Sono riuscito anche a mettermi spesso stravaccato al sole con un po’ di musica ed un libro, un breve momento di relax prima del tremebondo gioco aperitivo. Sempre lo stesso: un nome, un ossimoro: “Non ti arrabbiare” … Molti di voi lo conosceranno: un po’ come il “rubamazzetto” è un gioco violento e senza esclusione di colpi, in cui la fortuna la fa da padrone… ed è inutile dirvi che io ho una fortuna fantozziana al gioco. Sono riuscito persino a scalfire un dado in un momento d’ira.

Diciamolo, sono stati giorni per noi preziosi, pur essendo consapevoli di vivere nella parte del mondo con il bicchiere mezzo pieno, perché (finora) siamo stati tutti bene, parenti compresi; perché i soldi per il necessario non sono mancati; perché la casa, per quanto piccina, è dotata di un bel terrazzo che ha permesso ai ragazzi di giocare all’aperto e a noi grandi di guardarci i tramonti bellissimi di quei giorni immersi nel silenzio. Diverse volte ci siamo commossi pensando a persone in difficoltà che non potevamo aiutare e ancora una volta ci siamo resi conto di quanto nella “sfortuna siamo stati fortunati” perché abbiamo avuto l’opportunità di vivere questi momenti nel miglior modo possibile, mentre fuori c’era gente che ha combattuto e combatte in maniera ben diversa, magari è stata pure sconfitta e non può permettersi di ironizzare su un momento così.

Ringraziamo Dio o chi per lui, per aver potuto trasformare questo momento in qualcosa che ci ha fatto crescere “a little wiser” e mantenere noi stessi vivi. Keep yourself alive.

A papà

Non riesco a scriverlo questo pezzo, c***o. Per me l’ironia è alla base di tutto, soprattutto di questo blog. Ma l’Inter è una cosa su cui non riesco proprio a scherzare. Potrei buttare giù qualche riga romantica per dichiarare ancora una volta il mio amore alla Beneamata, o riempire pagine di turpiloquio in un attimo, ma non ci posso scherzare su. Che c***o ci posso fare? Sono cresciuta così.

Se il papà di Lady Oscar aveva messo un fioretto nella culla, per mettere le cose in chiaro fin da subito, così mio padre ci mise la bandiera dell’INTER e la mia carriera da tifosa iniziò quando ancora non masticavo. Ammetto che ho cominciato tardi a vedere le partite allo stadio. La prima volta fu per il mio quinto compleanno, il 29 agosto 1982, a Bergamo perché San Siro era inagibile. Me lo ricordo come se fosse ieri. INTER BARI di Coppa Italia. Uscii da quello stadio in lacrime perché sostituirono Beccalossi (perso, tra l’altro). Ecco. Io non ho ancora superato quella fase (cit.), non la supererò mai; non verrà mail il giorno in cui il risultato di una partita mi lascerà indifferente e, ahimè, spesso in lacrime. Aaaah però…però… sono stata ampiamente ripagata dalla Beneamata: il legame speciale col mio papà, i momenti più divertenti della mia vita, le grandi amicizie, mio marito e tutto ciò che ne è venuto fuori dopo. E, ovviamente, la INA (lei sa). Ho anche provato l’ebrezza di assistere a un infarto in diretta, quello di mio papà a San Siro durante un derby. Eravamo in mezzo ai rossoneri che giocavano in casa. Amici di famiglia dell’altra sponda ci diedero i loro abbonamenti. Maledetti. Lo avevate fatto apposta. Dopo 5 minuti gol di Branca e poi la solita ansia fino alla fine. Fischio finale, vittoria, abbraccio infinito a papy e poi siamo finiti al San Carlo in cardiologia. Ringrazio ancora papà per avere aspettato il novantesimo prima di stare male.

Potrei andare avanti ore a spiegare le motivazioni per cui l’Inter decide l’umore di tutti i miei lunedì, ma tanto chi è tifoso sa e chi non lo è, non lo capirà mai. E non la smetterà mai di rompere le p***e con quelle c***o di frasi tipo “è solo un gioco” o “non riesco proprio a capire”.

Ecco, qui mi casca l’asino. Mio marito senz’altro fa parte del primo gruppo (tifoso)… e allora mi chiedo: ma come c****o fai a dirmi di stare calma quando guardo le partite e soprattutto QUELLE partite? E si che ha visto la pulza (mio vecchio nickname) in azione per anni su quei gradini. Dunque, mettiamo per iscritto e davanti a qualche testimone, cose che pare debba ribadirti ancora.

Porcozzzzio, come puoi dirmi di “evitare il turpiloquio davanti ai ragazzi”? I miei ragazzi non dicono mezza parolaccia, mi sono esercitata duramente durante la prima gravidanza. Ho imparato a dire “porca sidella” e “santa polenta” e, Gggesù, lo dico tuttora! Ma non quando gioca l’Inter. Non vado nemmeno più allo stadio. Lasciami prendere a pugni il divano, ti prego. Magari funziona anche come woodoo e a quel pelato del c***o di Poltrone e Sofà si rompe il naso mentre gira lo spot. Smettila di chiedermi “Posso vedere i gol?”; lo sai che i programmi di calcio si possono vedere solo se noi vinciamo e “gli altri” no; ma min***a, guardateli sul telefono e benedetta tecnologia! NON-MI-PARLARE quando perdiamo le sfide delicate. Io prometto di stare zitta le prime due ore del mattino. Non puoi far tardi in ufficio la sera in cui c’è una partita, perché poi finisce che al fischio d’inizio voi siete sul divano e io sto finendo di pulire la cucina e sai quanto questo mi fa in*****re. Non sono pessimista, sono solo scaramantica. Quando finisce la giornata di campionato, chiamo mio papà per fare il punto, punto. Non hanno ritardato il mio taglio cesareo perché ho chiesto di finire di leggere la Gazzetta e comunque anche sei fosse? Scusa se avevamo vinto lo scudetto il giorno prima. Non smetterò mai di fare smorfie e boccacce ai bambini che incrocio con la maglia della Juve, è inutile che mi dici “pensa se fosse tuo figlio”; no, non ci penso, perché mio figlio non è gobbo. Ah, già che ci siamo, ti confesso questa cosa: ho detto ai bambini che ai gobbi si può dire tutto (guardali lì, me li vedo i lettori bianconeri che fanno le smorfie e dicono –ah bella educazione!- Fatevi i c***i vostri, voi parlate oh). Quindi, mio amor, se dovessi sentire qualche parolaccia in quel frangente, prenditela pure con me!

Mi sto agitando troppo, lo sapevo; meglio che alleghi la dedica alla mia amata Inter e chiuda qui. A costo di cadere nel banale, avevo pensato a “You’ll never walk alone”, ma ho cambiato idea, quella è la canzone di un’altra squadra e Lei si merita una cosa tutta mia, nostra; quindi, scomodo la Janis e un pezzo del suo cuore “Didn’t I give you nearly everything that a woman possibly can?… Break another little bit of my heart now baby…” (papà, non prenderla alla lettera).

Ps: mio figlio si chiama MARCO per MATERAZZI. Si. E state tutti zitti brutti st****i, che vi ha fatto vincere un mondiale. Su*a.

Bene. Ora posso tornare in me. Anche perché il calcio è fermo.

Lasciami in down

Lasciami in down – Timoria. Sono in down, lasciami in down… eh si caro zio del Rock Omar Pedrini, quando hai scritto questo pezzone, inserito in quel capolavoro di “Viaggio Senza Vento” so a cosa pensavi, lo so perfettamente e senza peccare d’immodestia credo di non sbagliare.

Da buon tifoso del tuo amato Brescia, parlavi non di un ragazzo dipendente in botta post dose, come tanti superficialotti possono aver pensato, ma in realtà allo stato di mia moglie e di mio figlio maggiore in questa domenica mattina.

In realtà è una domenica mattina come tante altre oramai nel mio quarto di vita; da quando ho avuto la disgraziata consapevolezza che il sacro cuore dell’EFFECI Internazionale mi bruciava dentro, credo che sia approssimativamente l’ottantatreesima domenica mattina così: la domenica di INTER – juve.

Mia moglie e mio figlio, si diceva, alle 9 del mattino davanti alla tazza di latte e biscotti stanno già blaterando dell’incontro in tono funereo: lei paventa già tre rigori contro e sette gol in fuorigioco, lui ha sentito dire da un biscugino laterale di Pescara (citazione per gente colta, al vincitore va un mio poster di Patsy Kensit del 1988) che stanotte Lukaku ha avuto la dissenteria e che Lautaro Martinez ha picchiato il mignolo destro andando in bagno al buio e non saranno della partita.

Io cerco di estraniarmi e di godermi i miei trecento grammi di frollini pucciati nel latte freddo insieme a pollice e indice … perché dopo anni ho capito che riguardo alla carriera di tifoso sono totalmente agli antipodi della mia pseudo carriera di “sportivo”: io, fan sfegatato di John McEnroe, quando scendevo su un campo di football americano, calcio, tennis, tavolo ping pong, su una pista di sci (sìsì… ho fatto tanti sport, tutti mediocremente) non lo facevo per divertimento… MA PER VINCERE!! Lo spirito di THE ULTIMATE WARRIOR si impossessa di me … sbuffo, ci metto foga, impeto competitivo: io devo vincere! Mentre la mia carriera da tifoso, soprattutto da tifoso di questa mia amata squadra, la vivo conscio che è impossibile pensare a una duratura e credibile serie di soddisfazioni.

Quindi per me fino a quando il tempo è stato quello dello stadio, la vivevo come la ritualità: treno/mezzi/camminata/partita/rientro nei tempi giovani – divano/birretta/telecomando nella versione familiare. Niente di più, niente di meno, oggi come allora posso sentire l’odore dell’erba del campo di gioco, l’emozione dell’attesa, anche con il sedere al caldo ed i confort casalinghi… sono qui, occhi e cuore gonfi di stupida e cieca positività.

Ma la coppia è in agguato. Lei “non farti illusioni amore (naturalmente parla con il pargolo)… me lo sento, me lo sento, 3 a 0 per loro”, lui annuisce con sguardo scuro e risoluto…. Cerco di tenere il piccolo dalla mia, ancora giovane e puro con il suo immaturo entusiasmo.

Partiti, 12 secondi… Pargolo grande “giochiamo di schifo, perché XY gioca a sinistra? Si vede che a Lautaro fa male il mignolo, guarda come corre”… dentro di me impreco e stringo la bottiglia della birra, è calda… non sono più il giaguaro delle grappe in Curva Nord.

Becchiamo l’inevitabile gol, stranamente non in fuorigioco: si girano all’unisono verso di me con lo sguardo “avevamo provato ad avvisarti stupidobabboottimistadeinostristivali”

La partita scivola via quasi veloce, ma la mia cieca positività non molla fino al novantatreesimo; tra un “va va che robaaaaaaaaaaaa” del figlio e un “beeep beeeeeeeeeeep beeeeeeeeep figlio di XHDIODEHFOHOE pezzo di @§°&%, tua sorella quella ?^£”x” della moglie, arrivo al fischio finale spossato, svuotato, sfinito. A quel punto, si deve spegnere tutto e mi viene vietata espressamente qualsiasi trasmissione sportiva; per fortuna da settembre a febbraio mi salva il football in tarda serata; altrimenti, da classico interista nostalgico, mi riguardo sul telefono la finale di Champions del Triplete (nascosto sotto le coperte e con le cuffie, così non sento il turpiloquio della consorte che andrà avanti anche nel sonno); mi riguardo il Principe Diego che salta il difensore, la palla in rete, l’esultanza tipica argentina davanti alle gradinate di tifosi increduli! Questi sì che sono bei momenti, non duraturi ma assolutamente credibili e… unici, in Italia.

Almeno così… si riesce a essere meno in down.

Somebody Put Something In My Drink

“Somebody Put Something In My Drink” Ramones – “Qualcuno ha messo qualcosa nel mio drink”

Oddio, più che altro qualcuno ha messo qualche drink nella mia tasca. Quel qualcuno ero io, e le tasche erano quelle di Chiara, in cui riversavo mignon di grappa la domenica a San Siro. Io, simpatico son sempre stato, ma ho avuto dei periodi di forte “decadentismo” fisico! Insomma, ero proprio ciccio, e nonostante la mia chioma fluente, l’occhio azzurro e i lineamenti greci, non ero sicuramente il modello della pubblicità del profumo di Armani… o meglio, lui quando nuota sembra un possente delfino, io sarei potuto sembrare una megattera di 30000 kg! Quindi ho puntato sullo stordimento alcolico per convincerla di essere l’uomo della sua vita. Devo dire che in definitiva il mio subdolo piano è andato in porto e ha tracciato la strada su cui ci siamo mossi in questi anni con però maggiore equilibrio (la mantengo in uno stato di semi-ebbrezza perché continui a pensarla così).

Con il passare degli anni ci siamo moderati nelle quantità (maturità), ma il confronto sul vino da acquistare è sempre vivo, grande motivo di dibattito, ma mai di litigio. L’unico vero, reale vantaggio di vivere in una città della pianura padana, sull’asse del Sempione, è avere un supermercato ogni due metri: evviva le promozioni nel reparto vino per coprire tutta la mensilità! Ora, eliminando i vini dai 15 euro in su, cerchiamo sempre di muoverci sulle offerte che ci consentano di prendere la miglior bottiglia, in rapporto al prezzo. Altro criterio di scelta: per Chiara i vini sotto i 13° non sono meritevoli di esistere, li guarda con lo stesso sprezzo con cui i miei figli guardano Cristiano Ronaldo in bianconero. Nonostante adocchiamo già sul volantino il vino desiderato, il reparto vini dei supermercati della zona potrebbe portare una targhetta a noi intitolata per quanto tempo ci passiamo. Qui inizia il match: CapeManiBucate Vs Chiara T-Rex/braccino corto! Come al solito l’equilibrio ha la meglio, mediati anche dall’intervento dei figli, che ci fanno notare che siamo al supermercato da circa 3 ore. Quindi niente, le faccio credere di cedere e appena si mette in coda al banco dei salumi, infilo nel carrello qualche bottiglia più cara, nascosta tra il Carnaroli e il Dixan.

Altro momento imprescindibile è quello dell’aperitivo. Nei locali del circondario sia noi che i nostri figli, provvediamo a spazzolare il buffet come se fossimo di ritorno dalla campagna di Russia, ma, per correttezza, sempre con la dovuta proporzione di consumo di alcolici. E’ uno dei rari momenti in cui io faccio l’uomo, con il mio immancabile Negroni e lei è veramente donna col suo Margarida.

Ultimamente, gli orari degli impegni sportivi dei ragazzi, nonché i prezzi da denuncia dei cocktails, ci hanno fatto prendere una piacevole abitudine: il Negroni casalingo (detto “Wife Negroni”). Lei si è specializzata e me lo fa trovare pronto quando riporto i figli a casa dall’allenamento, dopo una giornata pesante. Prepara anche il buffet. E quindi, a cosa serve uscire, quando posso sorseggiare l’intruglio in ciabatte?

Anche perché un’altra piacevole abitudine delle nostre serate domestiche è l’apertura del vino. Prosecco mentre io spilucco e lei cucina, e poi il vino a tavola, scelto in base al menù. Sceglie sempre lei, ovvio. Io sarei capace di sprecare un Amarone d’annata, per accompagnare la frittata. Lei, in questo, è più razionale. Non lo è quando passiamo all’assaggio: per lei non esistono MAI bottiglie che sappiano di tappo; quando capita, dopo un primo assaggio se ne esce con la stessa identica frase: “siiii.. si sente una leggera punta di tappo, ma è bevibile” e mi rivolge un’espressione benevola atta a convincermi, mentre io piuttosto berrei con maggior entusiasmo un bicchiere di olio di ricino. E su questa cosa vinco io! La fisso truce, lei alza le spalle e ridendo mi dice “Ok, apri un’altra bottiglia, intanto io metto su un po’ di musica”. Ecco, con questa battuta inizia solitamente il nostro weekend, che è metaforicamente il motto della nostra vita familiare: alla fine della giornata, ci versiamo un (…) bicchiere e sdrammatizziamo le fatiche a suon di canzoni.

Ps: ovviamente, rientra tutto nel mio piano iniziale di tenerla in stato di semi-incoscienza.

Il Margarida è solo col sale

Dedicheremo i primi capitoli all’approfondimento di qualche tema citato nelle nostre premesse, giusto per presentarci meglio. E quale modo migliore di rompere il ghiaccio, se non parlando dei nostri brindisi casalinghi?

Questa volta inizio io perché non so cosa abbia intenzione di svelare mio marito su di me ed è meglio che metta le mani avanti. Confesso che è assolutamente vero che la sera del nostro matrimonio sono svenuta, ma non ero in coma etilico; ero solo molto, molto, molto stanca…. Mi rivolgo a voi, ragazze che siete state spose e che capirete sicuramente di cosa sto parlando: svegliarsi alla 5 del mattino sul divano, senza l’abito, con la fede al dito come unico indizio di essere diventata sua moglie, capita a tutte, no? La stanchezza e il calo di tensione fanno davvero brutti scherzi!

Comunque, ciò che seguirà non vuole essere un’esaltazione dell’etilismo e neanche vorremmo passare per gli avvinazzati di turno, ciò non toglie che vino, birra & Co. sono parte imprescindibile del nostro quotidiano, pur sempre senza esagerare. Siamo persone equilibrate e abbiamo persino delle regole non scritte sul tema.

La regola sulla scelta dell’alcol in base al menù, che di certo non abbiamo inventato noi, è sacrosanta e non vi è motivo di approfondirla.

La seconda regola riguarda la mescita del vino: il livello di liquido versato nei rispettivi bicchieri, deve essere assolutamente identico. Non siamo arrivati ancora al bicchiere graduato, ma ci avvaliamo di due rispettabilissimi giudici super partes, i nostri figli, che controllano che papà abbia versato la stessa quantità di vino a lui e a mamma (il maritino tende a fregarmi). Personalmente, quando si tratta di vino di un certo livello, se dovessi allontanarmi da tavola durante il pasto, per incipriarmi il naso, porto il bicchiere in bagno con me. Non si sa mai. Inoltre, è assolutamente vietato versarsi altro vino se il coniuge non ha svuotato completamente il bicchiere.

A seguire, le direttive sul budget, soprattutto perché questi tempi lavorativamente non felici, ci impongono importanti riflessioni sul rapporto qualità prezzo. Questo è uno dei motivi per cui evito a mio marito di frequentare supermercati o enoteche da solo. Lui non bada molto al prezzo, oooohh siii guarda le offerte, ma un amarone da 60 euro, anche scontato del  50%, ne costa pur sempre 30. Oppure si lascia ammaliare  dagli elogi dell’esperto enologo di corsia, che fino al giorno prima aggiustava frigoriferi e compra senza nemmeno guardare il prezzo (e scrocca l’assaggio). Ecco uno dei motivi per cui la spesa la facciamo insieme e la scena è sempre la stessa. Lui solitamente passeggia nella corsia alcolica, mentre io sono in coda al banco. Quando riprendo in mano il carrello per posare il prosciutto, sbucano delle bottiglie che poco prima non c’erano. Io lo guardo, senza dire nulla perché sa già cosa sto per chiedergli…e lui dice ‘Era in offerta a dfdsgsdcb e novantanove’. Il suo bofonchiare è la conferma che ha preso un vino fuori capitolato. E finisce che alcune volte lo prendiamo e… molte altre no.

Devo dire che su questo argomento ci troviamo abbastanza in linea su tutti i fronti. Tranne che per l’effetto sbronza, lì siamo completamente diversi. Siccome siamo grandi e maturi, capita ormai raramente di lasciarsi andare e mbriacarsi nel vero senso della parola… e comunque accade per lo più durante cenette casalinghe, di coppia o tra amici. Ma in gioventù, dopo una serata da monelli, ci ritrovavamo a fine bagordi in una situazione piuttosto surreale: io abbracciata a 10 persone (non necessariamente conosciute) che avevo invitato a casa nostra per una spaghettata notturna… metà delle quali avevano appena litigato col mio facinoroso marito. Fortunatamente il lieto fine aveva la meglio… quasi sempre.

Non siamo alcol dipendenti, questo vizietto è un altro dei nostri modi di darci attenzioni e rilassarci insieme. Io adoro preparargli un Negroni quando ha avuto una giornataccia, lui mi porta un bicchiere di prosecco mentre giro il riso; io gli faccio la scorta di birre per il Superbowl e lui va a prendermi una birra quando non mi schiodo dalla TV durante una partita dell’Inter.

Ogni tanto, dopo aver messo gli sgorbi a nanna, ci coccoliamo sul divano con un bicchierino di Porto o di grappa… un cioccolatino, ci mettiamo la musica e poi… ci diamo la buonanotte… ‘cause we find ourselves in the same all mess, singing drunken lullabies’

Ps: a tutti quelli che mi chiedono “Il Margarida lo vuole col sale?”, vorrei rispondere citando una storica battuta del colonnello Nathan Jessep (e relativa espressione poco distesa): “NE ESISTE FORSE D’ ALTRO GENERE?”

You like potato and I like potahto

HARUKI MURAKAMI, uno dei miei autori preferiti, diceSono uno di quelli che per capire le cose, ha assolutamente bisogno di scriverle. Ecco perché ho pensato a questo blog: per capire come faccio a stare ancora con mio marito dopo 17 anni, di cui 13 di matrimonio e 15 di convivenza. Lui dice, nel suo primo pezzo (che ovviamente ho sbirciato prima di iniziare a scrivere questa premessa) …cito: ”è una sorta di terapia di coppia NON NECESSARIA”. Io, al contrario, credo che un po’ di terapia ci farebbe bene e farebbe sempre bene a tutti. L’idea sarebbe quella di decidere un argomento e scrivere ognuno il suo pezzo per vedere cosa salta fuori, al momento del confronto.

Io, solo per questa volta, ho spiato prima quello che ha scritto lui… Avevo un po’ il blocco della pagina bianca, dovevo trovare un’ispirazione. E per fortuna l’ho fatto, perché avrei da fare alcune precisazioni!

Prima di tutto, non è esatto dire che ci siamo conosciuti su una chat (era un segreto, potrei mollarlo per questo); diciamo che il destino ha voluto che ci incontrassimo, dopo anni in cui, a nostra insaputa, eravamo abbonati all’Inter a pochi gradini di distanza. Per la precisione, lui ha approfittato di un mio momento di vulnerabilità, attirando la mia attenzione e stordendomi con un paio di mignon di grappa di pessima qualità. Dopotutto, quello era l’ennesimo periodo di blackout della mia squadra del cuore e dovevamo pur distrarci con qualcosa durante la partita. Confermo, invece, l‘esistenza di due pargoli di 11 e 7 anni, frutto di quell’incontro di distillati e amore. Chissà dove sarei ora se avessi tifato il Milan o l’Atalanta… Forse avrei incontrato un riccone e vivrei nel mio attico di Manhattan, ma probabilmente sarei stata tanto infelice…. Vuoi mettere vivere in una delle zone paesaggisticamente più tristi del mondo e avere un mutuo e le rate della macchina?

Precisazione numero due: il giorno in cui diventeremo tanto ricchi da scappare da qui, sarà la nostra fine, perché non mi trasferirò mai in Texas, in mezzo a dei razzisti e alcolizzati. Questo è il motivo per cui non completo mai i miei lavori: non voglio mettere a rischio la coppia, non è assolutamente questione di pigrizia o autostima. New York vs. Texas: non può funzionare.

Terza puntualizzazione: la Contrada è una sua passione, io mi sono lasciata coinvolgere altrimenti avrei dovuto subirla!

Tornando al discorso della terapia di coppia: mettendo i nostri pensieri nero su bianco, proveremo ad analizzare ironicamente come riusciamo a incastrare le nostre personalità antitetiche, perché questo siamo: lui la primavera e gli alberi in fiore, io l’autunno e la nebbia. Lui è la prosa e io la poesia. Lui la ridente campagna con poche persone che si conoscono tutte, io la metropoli, piena di gente che non sa il mio nome. Lui il Negroni, io il Margarida. Si dice troppo spesso che “gli opposti si attraggono”, ma, ammettiamolo, non è proprio vero, perché, si, l’amore è alla base, ma non basta; dipende molto anche da quanto ci si vuole impegnare, dallo spirito di sacrificio, dal ragionamento sui compromessi, dalla capacità di mettersi sempre in discussione e indossare i panni dell’altro. Mi viene in mente una vecchia canzone (che propongo qui in versione Fitzgerald/Armstrong), che riassume perfettamente il concetto e dice: ‘You like potato and I like potahto… You like tomato and I like tomahto if you like pajamas and I like pajahmas, I’ll wear pajamas and give up pajahmas, for we know we need each other’.

Questa citazione, introduce l’argomento clou, filo conduttore del blog e della nostra vita: la musica, la cosa che più ci lega… e ci salva… e ci fa dialogare e ridere e discutere e riappacificare. Da anni, ci mandiamo dediche giornaliere (solitamente sono canzoni, ma spaziamo anche in libri e film), a seconda del nostro umore o degli argomenti di cui parliamo, ci inviamo brani per riappacificarci, per chiederci scusa, per incoraggiarci e darci consigli, per fanculizzarci in modo elegante o semplicemente per dirci che ci stiamo pensando. Non si tratta di una smanceria da coppietta sciubidubidu, né della nostra maniera di essere romantici; è il nostro modo di comunicare, attraverso la nostra più grande passione. Il giorno in cui smetteremo di parlarci con le canzoni, inizierò a preoccuparmi per noi. Fino ad allora vado avanti tranquilla, certa che troveremo sempre la battuta con cui sdrammatizzare (non viviamo senza ironia), la partita su cui piangere e soprattutto, la canzone da cantare insieme, che formerà la colonna sonora della nostra famiglia.

 Ecco, dunque, a voi il nostro FAMILY SOUND.

Buon ascolto.

Let’s Call the Whole Thing Off – Ella Fitzgerald & Louis Armstrong